Le asce incrociate di Sant’Anna

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rima che popoloso rione, Sant’Anna fu, fino alla metà degli anni ’70, una frazione di Mondovì dalla vocazione eminentemente rurale.

Qui i moderni piani di edilizia, che hanno antropizzato il territorio, prendono ancora il nome delle vecchie cascine.

Vi fu però un tempo in cui quei posti e in particolare la pianura che fiancheggia lo stradone erano un grande presidio militare.
E’ un po’ il mistero di Sant’Anna e della piana che essa sorveglia, placida, dalla collina.

Dall’estate del 1940 all’armistizio del 1943, Mondovì si trovava in posizione strategica per le operazioni belliche contro la Francia, specie per i rifornimenti. La 4ª Armata, infatti, controllava un’ampia fascia di territori meridionali transalpini tra il confine cuneese, la Costa Azzurra e il Rodano: vi furono variamente dislocate quattro divisioni di Fanteria, due Alpine, tre costiere ed altri reparti, per un totale di 6 mila ufficiali e 136 mila soldati al 31 maggio 1943.

Cosa c’entra Mondovì? E cosa c’entra Sant’Anna Avagnina?

Ebbene proprio qui, tra i prati d’erba medica – che qualche volenteroso, oggi, vorrebbe tutelare dalla cementificazione industriale – sorgeva uno dei maggiori magazzini del Genio militare del Nord Italia, realizzato negli anni ’30.

La cosa che più appassiona è però sapere che ai nostri giorni, di quell’area militare non è restato praticamente nulla.
Per questo, la sua storia non stonerebbe su Discovery Channel in una di quelle serie tv dedicate ai ruderi delle mega-strutture o che romanzano sulla ingegneria bellica perduta.

A quasi 80 anni dalla fine della Guerra, infatti, l’ingegneria che occupava Sant’Anna è pura immaginazione o poco più.

Ci sono  fabbricati evocativi, ma ben poche vestigia e meno ancora certezze: il magazzino dei cantonieri provinciali con la sua palazzina dalla vaga foggia liberty, ricorda la Villa Irene, dove dimorava il comandante dei Genieri, così come un paio di rimesse lungo la 564 verso Pogliola sembrano magazzini abbandonati.

Ben più a monte, poi, c’é l’elegante villa Sibilla, che fu dell’omonimo Generale al servizio del Regio Esercito.

Pensare che 80 anni fa, dietro ai recinti, si intravedeva una quarantina di capannoni, anche prefabbricati, in cui operava una compagnia di Genieri, affiancata da numerosi dipendenti civili del “Reparto lavori Genio Militare”.

Il cuore di questo enorme spazio coincideva grossomodo con la bretella stradale che da Pogliola-Rocca de’Baldi sale a Sant’Anna, aprendosi non lontano da dove oggi sorge un’operosa industria alimentare. In quei paraggi, sulla sinistra si ergeva la residenza del Comandante, mentre sul lato opposto dimoravano i Genieri affiancati da manipoli di Carabinieri e Alpini con compiti di presidio.

Le famose “casermette” di Carrù (quelle, per intenderci, da poco abbattute presso il bivio della Fondovalle) erano collegate proprio al Reparto del Genio di Sant’Anna.

Ernesto Billò – che riporta a sua volta accurate e preziose ricerche di Albino Morandini – in Mondovì Fuori Porta (Tipografia Fracchia – dicembre 1987) cita come “ancora in piedi”, trent’anni fa, la Caserma, la villa del Comandante e certi uffici al “Ni dl’Aso” e al Bigotto, seppur malfermi e depredati, che si potevano vedere tra le fronde, soltanto in parte recuperati.

Dopo l’armistizio le strutture vennero infatti saccheggiate dai Tedeschi e dai Monregalesi che pativano la fame e non solo. Il rame dei Telegrafisti era oro a quei tempi, così calce, mattoni e legno, pronte per chissà quali compagnie di artieri e fotoelettricisti.

Nel vuoto lasciato da quel passato, a me piace lavorare di immaginazione. Così, vado in cerca di qualche muro scrostato, per scorgervi dietro, le sagome di divise grigioverdi. Vestono le fasce mollettiere alle caviglie e portano bustine flosce sulla testa.

Hanno fregi ricamati con asce incrociate. Sbiaditi dal tempo sono un po’ fantasmi, un po’ ombre di un sogno ad occhi aperti.