Io sono il mio avvocato

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L

e cronache di un tempo, specie quelle giudiziarie,  danno, in genere, la misura di quanto siamo cambiati.

Mi riferisco al linguaggio, prima ancora che al costume, senza dire delle condotte che allora erano reato ed oggi non sono più un bel niente.

Per questo sono preziosi, tanto quanto sempre più rari, i momenti trascorsi in Tribunale a ripercorrere, magari in pausa caffè, racconti e personaggi, pezzi di vita vissuta intercalati dai “Ti ricordi?” o che hanno per premessa un “Tu non l’hai conosciuto, ma…”.

Di recente ho riletto “Via Vasco 2” di Elio Tomatis, un arguto volumetto in cui si riflette di “piccoli tribunali” e della aneddotica che mai come in questi uffici – e Mondovì non faceva certo eccezione – era vero patrimonio dell’umanità.

In ossequio a questa convinzione, mi sforzo di raccogliere la mia parte di fatterelli capitati nei Palazzi di Giustizia e magari di ricamarci un po’ su.

Talvolta le ricerche tra le cronache d’antan hanno persino un risvolto comico e talaltra, come quella che vado a raccontarvi, paradossale.

Primi anni ’60: il caso in questione muove le mosse da una causa civile pendente presso la Corte di Appello di Roma.

La Corte delegò l’allora Pretore di Ceva a sentire un testimone che risiedeva in zona.

Questo tizio avrebbe assistito al trasloco di un tale che, dalle valli del Caseum Cebanum, si era trasferito nella Città Eterna, in un immobile di prestigio sulla cui compravendita si era poi finiti in causa.

Orbene, a quella udienza davanti al Pretore di Ceva non si presentò mai l’avvocato del Foro Romano che difendeva il costruttore, ma solo quest’ultimo, sprovvisto di difensore.

Quella mattina, evidentemente, il legale officiato aveva preferito le tiepide sponde del Tevere a quelle gelate di Cevetta…

Complice forse la cadenza da Trilussa e sicuramente la contiguità anagrafica, la parte in causa – di professione ingegnere – venne scambiata per il suo avvocato da Pretore, Cancelliere e dal collega di controparte, al punto che questo, tutt’altro che a disagio nel ruolo, perorò – pare destando un certo interesse – la propria causa!

Ci volle qualche udienza per scoprire il qui pro quo e così l’avvocato improvvisato (in causa propria…) si guadagnò un altro processo, stavolta davanti al Tribunale penale di Mondovì dove fu chiamato a rispondere dell’esercizio abusivo della professione forense, nonché della falsa identità spesa.

Secondo le cronache dell’epoca “L’imputato svolse attività di difesa vera e propria e sull’istante nessuno al accorse dell’anomalia…“, da qui la denuncia la quale – diciamolo subito – si risolse presto per il meglio.

Non fu reato, bensì un’anomalia “in perfetta buonafede” secondo la sentenza del Tribunale monregalese che assolse “con formula piena” il difensore di se stesso.

Quale censura muovere al malcapitato, se non l’essersi presentato al Cancelliere e al legale della controparte, tenendo in mano l’atto di citazione consegnatogli dal suo patrono “...e solo per questo esser stato scambiato per l’avvocato romano”?

Ma non finisce qui, perché il Tribunale di Mondovì pare abbia tirato anche un po’ le orecchie a coloro che in Pretura non si erano troppo preoccupati di far declinare al tapino le generalità, lasciando così campo aperto all’equivoco.

Vi state chiedendo come sia possibile tutto ciò?

Io vi dico che è difficile, ma non impossibile che tutto ciò accada.

In fondo per fraintendere basta una frazione di secondo.

E a capire che spesso impieghiamo una vita.

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