La fisa

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P

er il compleanno, Michela mi ha regalato una fisarmonica.
Mi sono appassionato a questo straordinario strumento da bambino, quando mi rifugiavo sulle scale, provando a maneggiare l’Italmusica-Pigini nera di nonno.

Le mie nozioni di musica si limitavano al flatuo dolce, per cui applicavo alla tastiera la logica, rigorosamente monofonica, di quello strumento. Una e una sola nota per volta, per me, poteva bastare.

Così, sudando sul mantice, ma rinfrescato dal marmo dei gradini sotto il sedere, avevo capito che sol-la-sol-fa-mi-fa-re faceva il Carnevale di Venezia.

Ovvio, parliamo del solo “canto” con la tastiera e la mano destra, perché i bassi – ed il loro procedere per quinte con la mancina – restavano un completo enigma.
Non capivo proprio come quei bottoni potessero essere messi in un modo così irrazionale e apparentemente stonato. E poi montarli in diagonale: era una mortificazione dell’intelligenza!

Ebbene, mentre un pomeriggio d’estate mi accucciavo con la fisa per rabberciare il walzer veneziano, mi capitava di alzare lo sguardo ed incrociare nonno, appoggiato alla porta.

Mi osservava incuriosito, mentre strimpellavo.

Avendo però esaurito presto le mie venti note che facevano il tema – e volendo tuttavia dare un po’ di soddisfazione alla platea – non trovavo di meglio che ricominciarlo da capo.

Al secondo giro, però dovevo proprio interrompere.

Abbassavo allora lo sgaurdo sulla pulsantiera come a cercare qualcosa: avevo proprio esaurito le note e lui lo sapeva bene.

Brau“, mi disse, dissimulando compiacimento. Poi aggiunse: “Eh adess…???“, col tono del giudice che richiama il teste a dire tutta la verità.

Il riferimento era fin troppo evidente: la seconda parte della melodia stava ben al di sopra delle mie doti di fisarmonicista.

Un po’ mortificato, allora, gli passai lo strumento. Lui la spallò. Con l’anulare corse a cercare il do, il cui bottone aveva accuratamente scavato con un chiodo per renderlo ben sensibile al tatto. Aprì il mantice, dando fiato a alle terzine: velocissime e ancora ben cadenzate, nonostante fosse qualche tempo che non lo sentissi più suonare.

Un diluvio di note, per me, un aggrovigliarsi di dita che scivolavano via, senza che vi potessi capire qualcosa.

Saranno passati quasi quarant’anni, ma torno sempre volentieri sul tasti della fisa ed ora, anche dei bassi, di cui ho pian piano compreso successione e diteggio.

Più che la tecnica, però, mi piace il gusto di uno strumento senza tempo, legato a sapori e memorie lontane che richiamano osterie e bisbocce.

In fondo, poi, la fisa è un po’ una metafora della vita. Con le storie che si aprono e si chiudono. Alcune armoniose, altre, steccate.
Dove si suda nel comprimere e riaprire il mantice dei ricordi, coordinando i movimenti – tra loro opposti – delle mani, del cuore e della ragione.

Piccoli sforzi quotidiani, alla ricerca di assonanze eccezionali.

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