Anita, la gazza ladra triste

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S

toria triste della gazza ladra di Mondovì, che conta i giorni, dietro le sbarre delle Nuove d Torino.

De Andrè, se l’avesse conosciuta, le avrebbe probabilmente dedicato qualche verso malinconico.

Correva l’anno 1952, siamo a Mondovì Piazza.

La storia è tanto paradossale, quanto vera. E mi vien subito da pensare a quella “folla di curiosi” che fremeva, sotto le volte stuccate del Tribunale di via Vasco, in attesa che la bella Anita, comparisse, in vincoli, sul banco degli accusati.

Su di lei, due imputazioni per furto di chincaglierie commessi in due alberghi: a Bagnasco (da qui, probabilmente, la competenza di Mondovì) e Limone Piemonte.

Non aveva saputo resistere, la bella Anita, a tutto quel luccichio e un impulso irrefrenabile l’aveva portata ad infilarsi la roba nelle saccocce.

Sospetti e voci di paese, però avevano condotto le guardie a casa sua e per la donna si schiusero i portoni delle carceri femminili.

Allora, in gattabuia si finiva senza troppi complimenti e financo con una certa disinvoltura.

A Mondovì, Anita prese 1 anno e 6 mesi e 11 mila lire di multa. Sentenza draconiana, verso la quale l’Avvocato Dardanelli interpose appello.

Quel giorno, in Corte, Anita passò quasi inosservata. Con gli occhi speranzosi guardava il Presidente Trompi, che ascoltava, severo e distaccato, l’arringa del difensore.

Tra le carte, questi aveva tirato fuori il parere di un augusto clinico, tale professor G., secondo cui Anita soffriva di una grave e incurabile forma di cleptomania, che la portava ad essere “irresistibilmente attratta dagli oggetti metallici lucenti”. Praticamente la gazza ladra monregalese.

Non andò bene: Anita prese 1 anno e 2 mesi anche a Torino. L’unico che credette fino in fondo alla tesi della gazza ladra fu il povero marito: egli infatti chiese la separazione per cleptonomania.

Storia triste di Anita: donna forse più stupida che malvagia, che finì così: condannata e abbandonata.

Per lei, nessun angelo alla porta, perché, per parafrasare Trliussa, il ladro ricco è sempre un ammalato, ma se è un povero affamato, che ruba una pagnotta e scappa via, per lui non c’è nessuna malattia che gli impedisca d’esser condannato.