Cinquant’anni da prima pagina
Per fare bene il giornalista serve pazienza: meglio bruciare una notizia, che una fonte…
B
attezzo “Capitani coraggiosi” con un giornalista.Un po’ per aver condiviso con lui un pezzo importante di strada, un po’ perché questa intervista è nata per caso, in una telefonata che aveva altri obiettivi, ma poi ha naturalmente preso la piega di un “a domanda risponde”.
Curioso, per me, interrogare chi ha passato la vita a far domande.
Raffaele Sasso (nella foto, con Ezio Basso, durante una delle Sagre frabosane della Raschera, di cui è orgoglioso cavaliere) è il decano dei giornalisti monregalesi: 50 anni di professione.
Nativo di Polla, ma cresciuto a Ceva, Lello è giornalista professionista dal 1 dicembre 1979, pubblicista da dieci anni prima.
Nel curriculum, un lungo e prestigioso elenco di collaborazioni: dal Secolo XIX, in cui ha mosso i primi passi agli albori degli anii ’70 a Repubblica, ma soprattutto Rai e Ansa di cui a tutt’oggi è apprezzato corrispondente per la nostra provincia.
Molti ricordano la sua firma su Provincia Granda, fin dai tempi della direzione di Nino Manera e, per 32 anni, nelle cronache dal Cebano e dal Palazzo di Giustizia.
Gli ultimi lustri nella stampa locale li ha però trascorsi, con compiti anche di coordinamento redazionale, all’Unione Monregalese.
Raffaele, sono passati 50 anni, ti ricordi ancora come hai iniziato?
Da pubblicista, con le prime cronache per il Secolo XIX che tra gli anni ’60 e ’70 curava pagine dedicate alle nostre valli, da sempre molto legate a Genova e alla Liguria.
Fu un caso?
Fu un’occasione dei miei vent’anni, seguita a una presentazione andata a buon fine: cercavano un giovane collaboratore, mi feci avanti non senza qualche timore e da lì è iniziata una lunga strada.
Sentivi che sarebbe divenuta la tua professione?
Per farne una professione servono tanta passione e, come in tutte le cose, un po’ di fortuna… e per durare ne serve il doppio (ride)! Lo speravo, perché fare cronaca mi ha da subito entusiasmato.
Luigi Barzini jr. diceva che è sempre meglio di lavorare (rido)…
Ah, questo è una classico (ride), ma ti assicuro che fare giornalismo era – forse oggi le cose sono un po’ cambiate – un po’ come fare l’artigiano: un mestiere da strada, in cui ci si immerge anima e corpo, spesso senza orari e senza soste.
Come sei diventato giornalista professionista?
Col praticantato nella redazione de “Il Settimanale”, rivista di cultura e politica che aveva sedi a Milano e Roma, fin dalla metà degli anni ’70: poi divenne solo piemontese e finì con l’essere stampato dalle nostre parti, a Trinità.
Gli anni di piombo…
Infatti, ricordo quando giunse in redazione a Milano la telefonata “Pronto, Brigate Rosse…”
E che successe?
Andai in un certo scantinato per recuperare un volantino e lì ci trovai un Questurino che evidentemente sapeva già di quella telefonata…
Quella fu la notizia più pericolosa?
Eh quelli erano tempi duri, anche per chi faceva il nostro mestiere…
La notizia più difficile da gestire?
Senza dubbio la tragica scomparsa di Edoardo Agnelli, il 15 novembre 2000 ai piedi del viadotto Romano sullo Stura.
La più strana?
Nella giudiziaria ce ne sono state tante…
Tipo?
Ad esempio, quella di un parrocchia di una località tra Piemonte e Liguria dal cui campanile provenivano onde radio che interferivano con il traffico aereo dell’aeroporto di Genova: ci fu un procedimento a Piazza.
E delle tante vicende umane?
Il rapimento di Stefano Lorenzi fu forse il più grande caso mediatico di Mondovì.
Cosa ricordi di quei giorni?
Così, a bruciapelo, mi viene in mente David Sassoli, allora inviato del Tg1 e oggi presidente del Parlamento Europeo, che accompagnai dal Vescovo per un’intervista-appello.
la notizia più bella?
Gloria nata a Ceva nell’alluvione del 1994: una luce di speranza nel buio di quei tragici momenti.
Come andarono le cose?
La piccola venne alla luce il 5 novembre a Ceva dopo un viaggio avventuroso: le strade erano già allagate ed impiegarono quasi cinque ore per trentina di chilometri. Alla fine a Gloria andò il premio donna dell’anno che era destinato al Presidente della Camera, Irene Pivetti.
Storie di donne, una che ti è rimasta impressa?
Repubblica nel 1992 fece una pagina sulla Belmondo, la prima donna Italiana a vincere l’oro olimpico, servizio a cui partecipai recandomi nei posti di Stefania, a Pietraporzio.
Hai raccontato Ceva alluvionata, ma anche la storica capitale del fungo…
Pensa, l’ho raccontata dalla sesta edizione, quella del 1968…
Bene Ceva, ma Mondovì è un po’ la seconda patria: cosa ti inorgoglisce ancora oggi?
Ti dirò, le riunioni “segrete”, quasi carbonare – ride – per la far venire il Politecnico in città, nei primi anni ’90.
Chi eravate?
Ricordo i confronti anche accesi con l’allora Rettore Rodolfo Zich, Teresio Sordo, il Sindaco Gasco, Beppe Ballauri, Elda Lombardi, Vincenzo Pennuzzi: tutti questi, e non solo, diedero il loro prezioso contributo.
Erano anno d’oro quelli…
Infatti, erano gli anni dei Mondiali del ’90, altra bella esperienza professionale…
Vero che in Cosa Rica c’è ancora una lapide a Mondovì?
Si instaurò un legame unico con la squadra di Milutinovic: il presidente Oscar Arias Sanchez, che fu anche premio Nobel, ricambiò anche l’invito, tant’è che, nel 1991, andammo a San Josè per l’inaugurazione del monumento a Mondovì nei pressi dello stadio nazionale: fu una accoglienza incredibile.
E la storia della macumba?
Quello fu puro colore in un articolo su Repubblica: pare che il passaggio agli ottavi avesse un che di magico e un galletto al seguito della squadra non fece che confermare quella suggestione.
In tutto questo, ti sei mai occupato di sport?
Più marginalmente rispetto ad altro, ma ai motori sono stato molto legato, con i numerosi rally che si organizzavano dalle nostre parti.
E se invece ti dico Tribunale di Mondovì?
Anche qui, la prima figura che mi viene in mente è Riccardo Bausone, con lui un rapporto speciale.
In quelle aule hai raccontato…
La solitudine umana, la violenza, taluni fatti di sangue, i casi della vita, ma anche il perdono…
Qual è la missione più difficile di un cronista?
La tutela delle fonti.
Come si impara?
Principalmente con l’esperienza sul campo.
Oggi si studia per fare il giornalista…
La mia generazione ha avuto altre palestre, ma la formazione anche universitaria è una grande opportunità per i giovani.
Però, come in tutte le cose, tra teoria e pratica…
Infatti, occorrono entrambi in giusto equilibrio.
Quale consiglio daresti a un giovane collega?
Non avere fretta: in definitiva è peggio bruciarsi una fonte che una notizia
Tutto e subito non si può…
Io resto convinto di no, ma mi rendo conto che oggi la professione, con l’on line, sta cambiando pelle e le notizie si danno ormai in tempo reale.
Difficile conciliare la vecchia scuola con ne nuove tecnologie?
E’ una sfida; il lettore è cambiato, le notizie si consumano in un clic, anche per chi scrive i tempi strettissimi aumentano le difficoltà.
Trentadue anni alla Gazzetta di Mondovì, poi Provincia Granda, non si cancellano…
Certo, specie l’amicizia che legava tutti coloro che orbitavano in quel mondo…
Che rapporto avevi con Nino Manera?
Ricordo le cene con Nino: sul lavoro era molto intransigente, però, se avevi fatto bene sapeva premiarti.
Una telefonata che ti ha fatto piacere…
Quella del Prefetto prima di andare in pensione.
Hai ancora un sogno nel cassetto?
Ne ho ben due: mettere un po’ in ordine i 50 anni di attività…
E…
Un bel progetto relativo alla pubblicazione di monografie sui personaggi legati alle auto d’epoca, alle “vecchie signore”.







