Canottiera e pennello
C
anto Quinto, dove i lussuriosi sono trasportati disordinatamente da un vento impetuoso che li fa volare senza posa…Metà anni Sessanta. Paesello alle porte di Mondovì.
Capitava che un intraprendente giovanotto, invero un po’ troppo libertino, si presentasse di notte (senza vestiti) nella camera di una certa sposa, per essere, come da copione, intercettato dal di lei marito, munito – ovviamente – di bastone.
Il cuore di questa vecchia cronaca di borgata non sta tanto nello scontata sceneggiatura e nemmeno nel fatto che il Pretore di Mondovì avesse condannato l’ardimentoso (e mancato) seduttore a 15 giorni di reclusione per violazione di domicilio.
A ben vedere, l’essenza di questa vicenda processuale – dall’incipit boccaccesco e dal finale dantesco – sta tutta nella richiesta della persona offesa, una signora trentacinquenne, evidentemente di specchiata fede e virtù.
La donna — a titolo di rifusione dei danni morali e fors’anche per purgare quell’anima impenitente — avanzava pretesa che l’accusato ridipingesse, a proprie spese, i muri della Parrocchiale dedicata alla Beata Vergine Assunta.
“Una riparazione – aveva tuonato il patrono di Parte Civile – che consigli l’imputato ad essere meno audace con le signore!“.
Ma come erano andate le cose?
Secondo le cronache dell’epoca, il giovanotto, mosso da vorace appetito, si sareebbe presentato in anticamera della sposa, appena il marito di questa era sceso in strada per recarsi al lavoro. Indossava solo – aveva detto lei al Pretore – una corta maglietta senza maniche ed erano su per giù le quattro del mattino.
Non esattaemnte una visione commendevole, tant’è che la donna cacciò un urlo così forte da richiamare subito il coniuge. Questi, temendo il peggio, rincasava brandendo un pesante randello, col quale inseguiva l’intruso per le vie del paese, dopo che se l’era data a gambe, saltando giù da un ballatoio e rischiando pure l’osso del collo.
Nel trambusto, qualcuno chiamava il maresciallo della vicina stazione e, compiuta una battuta nei dintorni, i Carabinieri trovavano l’impudente Romeo sotto una catasta di legna. Era pure riuscito a rimediare un sacco di iuta, avvolgendoselo intorno ai fianchi…
Quando il Pretore di Mondovì gli chiedeva il motivo di quella visita mattutina, in abiti così succinti, Romeo rispondeva: «Mi ero fatto un’idea, mi era parso che la donna mi avesse dato qualche speranza». Lettura prontamente e sdegnosamente respinta dalla sposa, poco prima che gli avvocati prendessero a disputare sulla lunghezza della maglietta: striminzita per l’accusa, al ginocchio per la difesa.
Finì così, con una mite condanna e, forse, una mano di tinta ai sacri muri, questa strana storia di fornicazione monregalese mancata. Un peccato putativo… forse non il più leggero o più perdonabile, probabilmente il più facile in cui quel tapino potesse incappare.










