Lino, un pezzo da novanta

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E’ un piccolo traguardo, vecchio come me, a cui tengo molto…

S

cherzando lo saluto con: “Sono venuto a intervistare il Borgotallo più giovane”, ma non è esattamente così.

Anzi, è proprio l’opposto: Lino Borgotallo è quello con più primavere, essendo nato il 4 maggio 1933 e, soprattutto, il più anziano – o tra i più “veci” – della Sezione A.n.a. di Mondovì, essendo trascorsi ormai più di 70 anni da quando indossò, per la prima volta, la divisa e 90 da quando emise il primo vagito, in quel della Pradera di Montaldo di Mondovì.

Parafrasando l’età, verrebbe da dire che è un vero “pezzo da novanta”, trattandosi di artigliere, anche se lui, da artigliere alpino, più che con quel calibro, aveva familiarità con i pezzi da 75/13, coi morati da 120 e 107 e l’inglese da 25 libbre, a sua detta, il più affidabile.

Con Lino e con Gianni, suo figlio Alpino del Battaglione Mondovì e cugino di chi scrive, dedico due ore di agosto ai ricordi, sorseggiando acqua, scelta dettata del caldo o, forse, dal fatto che l’alcol è già fin troppo protagonista nelle storie che mi raccontano.

D – Zio, se ti offrissi una grappa…

R – Sono stato dieci anni che non potevo nemmeno sentirne l’odore… scappavo! (ride)

D – Meglio andarci piano, anche se settant’anni fa…

R – Eh, è proprio così: grappa e vino si bevevano e, talvolta, se ne beveva di più, ma erano anche altri tempi: non c’erano molti svaghi e la vita in genere era dura, dentro e fuori dalla caserma.

D – Artigliere alpino, va bene, ma perché volontario?

R – Perché se no finivo a fare il pica père (scalpellino n.d.r.), come mio padre (ride)…

D- Però, quando sei partito dalla stazione di San Michele di Mondovì ti sei allontanato dalle montagne…

R – Infatti, ho iniziato a Spoleto, Scuola sottufficiali e quindi a Bracciano, Scuola di artiglieria, poi, nonostante la proposta della Artiglieria corazzata, io volevo assolutamente andare negli Alpini…

D – Quindi…

R – Quindi il Colonnello Mellano ci mise una buona parola: “Sei artigliere, non posso mandarti negli Alpini, ma nella Artiglieria da montagna, sì”.

D – Finalmente sei arrivato a Rivoli, al Primo da montagna…

R – Sì è stato un giro un po’ complicato…

D – Perché?

R – Ero a Bracciano: una delle ultime sere, noi pochi commilitoni piemontesi avevamo fatto un po’ festa con quel vino nero che hanno là. Al mattino, non stavo tanto bene e marcai visita. Non capendo bene cosa avessi, mi mandarono a Roma all’ospedale Celio, dove finì, per sbaglio o negligenza di un piantone, in un certo padiglione, che scoprì, solo dopo, essere la neuro…

D – Insomma, la cosa da simpatica si faceva rischiosa…

R – Eh sì, soprattutto quando sentivo il Colonnello medico dire: “Questo qua è pazzo!”, perché a quei tempi per un riformato del genere significava avere un’etichetta che ti costava cara tutta la vita, siamo pur sempre negli anni ’50…

D – E come andò a finire?

R – Finì che mi salvò ancora una volta una telefonata da Roma… in Piemontese, con l’ordine di farmi una licenza di qualche giorno e disporre il rientro direttamente al corpo: caserma Ceccaroni di Rivoli, Primo Reggimento Artiglieria da Montagna.

D – Alla fine l’hai trovata la caserma a Rivoli?

R – Certo, alle 10 di sera col treno da Mondovì che ci aveva lasciato ad Alpignano e 3 km di marcia affardellata… poi a Rivoli passai la notte in magazzino!

D – Come mai?

R – Devo ringraziare un mio cugino, che mi accolse nel magazzino dove faceva servizio lui, perché, ai tempi, in quella caserma la situassion era pitòst violenta (la situazione era piuttosto impegnativa – sorride), figurarsi per le reclute appena giunte in camerata.

D – Però tu ti sei trovato bene e hai fatto la tua carriera…

R –  Bene, bene, presi servizio all’8ᵃ Batteria del Gruppo Pinerolo, che era a Susa, dove, inizialmente, mi occupavo di istruzione formale delle reclute, badavo anche ai muli e alla assistenza al pezzo durante i tiri, poi venni selezionato per diversi corsi di specializzazione che mi portarono il baffo di Sergente.

D – E così il 20 maggio 1955 ottieni il brevetto da istruttore sciatore (mi dà in mano il fonogramma ufficiale! n.d.r.), ma sapevi sciare già prima?

R – Più che sciare rotolavamo nelle ripe a monte di Roburentello… (ride) però non crederti che gli sci da miliare che usavamo a Bardonecchia e La Thuille fossero tanto diversi da quelle assi che ci facevamo a casa!

D – A Bardonecchia è dove hai dato dell’imbranato a un Colonnello?

R – Sì (ride)… ma non lo feci ovviamente di proposito: eravamo in un rifugio, di riposo perché fuori c’era tormenta. Per chiudere la porta avevamo ideato un congegno con un cordino da tirare, finché sentimmo battere insistentemente all’uscio. Pensavamo fosse qualcuno dei nostri un po’ impedito e, allora, io lo invitai con modi bruschi: “Tiraaa ambranà!”. Eh, niente, aveva torre e stelle sulle spalline: era il Colonnello…

D – Quanta gente si conosceva sotto le armi…

R – Io ho trovato tanti cari amici, arruolati principalmente nel Nord Italia, soprattutto da Cuneese e Torinese con cui parlavamo esclusivamente il dialetto, poi c’era Franz Hoffer, altoatesino che non era mai sceso dalla sua malga, finché non fu il momento di andare a fare il soldato.

D – Bravo ragazzo?

R – Eccome, lo chiamavamo Francesco, grazie a lui eravamo un po’ più ben voluti da quelle parti, ma quando andammo a cercarlo, molti anni dopo il congedo, trovammo solo una lapide: morì giovane, poveretto…

D – E’ vero che avevi con te uno della Legione straniera?

R – Sì, Italiano che si era arruolato e aveva combattuto in Indocina per i Francesi, nascondendosi in acqua e respirando ore con una canna di bambù come nei film. Mi diceva sempre: “Questa non è naja è villeggiatura!

D – Una cosa piuttosto particolare: tuo figlio Gianni ha fatto la naja a Cuneo con il figlio di un tuo commilitone, vero?

R – Come si dice: “Da pare ‘n fieul” (di padre in figlio n.d.r.), fu proprio così con Usuelli di Lanzo Torinese, pensa che coincidenza!

D – Il tipo più strano che hai conosciuto?

R – Beh c’era uno che stava sempre seduto e faticavamo a fare alzare. Se gli chiedevi: “Cosa aspetti?” Ti rispondeva: “Aspetto che arrivi il congedo!” (ride)…

D – Però la naja ti insegnava anche a sbrogliartela…

R – Una volta da Susa dovevo recarmi al Comando della Taurinense alla Caserma Monte Grappa di Torino, mentre sto entrando, un alpino si infila dietro di me. Entro io, entra lui e sento che dice alla guardia: “Sono col Sergente!”… io proseguo e quello, che non avevo mai visto prima, sempre dietro di me…

D – E tu cosa hai fatto?

R – Dopo qualche passo, lo fermo per chiedergli cosa volesse e lui: “Nulla, ero in ritardo e sono entrato grazie a lei senza che mi facessero troppe domande!” – “Bravo – gli dico – hai dimostrato di cavartela!”.

D – Zaino in spalla e tanta, tanta montagna, almeno a quei tempi…

R – E tanto freddo (ride): da sciatori siamo stati al Rifugio Torino sul Monte Bianco, dove passavano le mosche attraverso i vetri, sul Mer de glaces ai piedi del Dente del Gigante, nel 1956 sul Gran Paradiso da Valsaveranche,

D – E d’estate?

R – Mica si facevan le ferie! Ricordo bene il campo estivo a Pian del Re e la marcia più lunga di tutte: col del mulo da Sant’Anna di Vinadio a Sambuco, oltre 1.000 metri di dislivello.

D – Dicevi dell’Alto Adige…

R – Siamo stati a Bressanone, a Molini di Tures, dove per marciare di notte senza luna e non cadere si teneva la la mano nella capezza del mulo, se no volavi di sotto. Lì, nelle osterie, ci facevano pagare in anticipo le consumazioni: “Pagare prima perché Italiani poca memoria…”, dicevano (ride). Poi a San Virgilio di Marebbe in val Badia e a Vadoies in Val Pusteria, un posto che ricordo per l’acqua che prendemmo in marcia, mai vista pioggia così.

D – Una volta in cui ti sei preoccupato…

R – C’era un ragazzo di un paese vicino a Torino che venne congedato per “ridotte attitudini militari”: veramente fare il soldato non era il suo mestiere che era, nella vita, quello di falegname. “Torni a fare le casse da morto”, gli disse il Comandante nell’annunciargli il provvedimento. “ – rispose quello, serio – la prima è per lei”.

D – E cosa successe?

R – Allora, su espressa richiesta dell’ufficiale, lo dovetti sorvegliare e accompagnare fino al treno e dargli il congedo solo dal finestrino con il convoglio che partiva… quelle parole erano state prese molto sul serio.

D- C’è una storia da saloon che, se dovessi scriverla, la intitolerei “mostrine e schiaffoni”…

R – Eravamo in osteria a Pragelato, di riposo. Con noi, diversi Alpini di Pinerolo che ci sfottevano dandoci dei drugiot (sudici n.d.r.), perché noi avevamo i muli. Un mio collega valususino, Angelino, bravissimo ragazzo, li aveva ammoniti più volte: “Fieuj piantela lì, perché a beuja già…” (Ragazzi, piantatela lì, perchè la situazione sta diventando calda n.d.r.).

D – E come finì?

R – Come vuoi che finisse, col padrone del locale attaccato alla macchina del caffè e il mio collega – un ragazzone di due metri – fuori che li distingueva per le mostrine: quelle verde-nero-gialle erano salve, quelle tutte verdi, no (ride).

D – E tornati in caserma…

R – Eh no, gli Alpini di Pinerolo la ebbero a male e il giorno dopo vennero a cercarci in caserma, tant’è che il mio collega fu costretto a radersi senz’acqua – che era ghiacciata! – per salvarsi. Dopo 40 anni a Ponte di Nava, il Generale Campana, che allora comandava la nostra 8ª Batteria, mi chiese ancora di quella storia (ride).

D – E poi raggiunto il congedo, iniziano le Adunate, ma qui servirebbe un libro, non un’intervista…

R – Eh ne abbiamo avute di avventure, però sempre col sorriso e nei limiti.

D- Scegline una goliardica…

R – A Verona quando convincemmo una persona che lavorava in un bar che il bruss (specie di cacio fortissimo, fatto con avanzi di formaggio fermentato nell’acquavite n.d.r.) era una nostra specialità e andava gustato al suo meglio, su un biscottino intinto nel cappuccino…

D – Siete stati convincenti?

R – Eccome, lo assaggiò pure… ma non era così buono come dicevamo noi! (ride)

D – L’Adunata più bella?

R – Diffcile dirlo, però, a Pescara, nel 1989, ricevemmo un trattamento davvero speciale.

D – Ma Alpini non è solo festa, vuol dire anche sacrificio e dedizione agli altri…

R – Certo! E anche qui, con la Sezione di Mondovì, ci sarebbe tanto da dire, perché tanto si è fatto, insieme, per la comunità e per la valorizzazione della nostra montagna col  recupero dei rifugi, in particolare.

D – Anche con la fisarmonica ti sei ben reso utile, la suoni ancora?

R – Ora faccio pratica con quella a bottoni, ma per tanti anni siamo andati a portare un sorriso e un po’ di musica nelle case di riposo della nostra zona.

D – E poi un po’ di questo sangue di artigliere lo hai regalato in giro, vero?

R – Già nell’aprile 1985 raggiungevo il massimo traguardo delle donazioni e portato a casa una bella medaglia d’oro: è un piccolo traguardo, vecchio come me, ma a cui tengo molto (ride).

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