Piazza Maggiore fu culla della fiera di Vicoforte
I
n tempi di Covid anche la Fera d’la Madona è stata (giustamente) annullata.Per questo, abbiamo appena vissuto un otto settembre strano. Senza fuochi, senza inviti a cena e senza processione la mattina.
Sorvolo sul sacro, per dedicare qualche riga al profano: parliamo della fiera del Santuario.
E’, con tutta probabilità, la prima volta in oltre 400 anni di storia che una delle maggiori “aggregazioni spontanee” del Nord Ovest non si tiene. Non c’erano riusciti nemmeno due conflitti mondiali. Ma tant’è. Sperando in tempi migliori, ho fatto un po’ di ricerche, scoprendo, con un certo stupore, che la fera almeno in origine, non era vicese, bensì nata a Mondovì e, precisamente, nel rione Piazza.
Pronti a un balzo di qualche secolo?
Siamo alla fine del 1500, quando a Mondovì la tradizionale celebrazione di San Martino (la stessa che il compianto Gianni Ferrero aveva ripristinato con successo qualche anno fa) perdeva visitatori. La Fiera di San Martino si teneva ai piedi delle bifore gotiche di Piazza Maggiore, a cavallo dei Santi e, appunto, della festività che negli anni è divenuta scadenza di pigioni da onorare.
Quell’evento, però, ad un certo punto aveva smarrito il suo appeal, probabilmente per la concorrenza di altri mercati. Gli affari di ortolani, bottegai e allevatori monregalesi languivano.
Fu così che i nostri avi, attuando un ardito business plan si direbbe oggi, decisero di chiedere al Duca Carlo Emanuele I di spostare il tradizionale appuntamento in uno con le celebrazioni alla “Natività della Beatissima Vergine agli otto di Settembre”. Motivo: rimpolpare il numero dei visitatori – e i profitti – attingendo al popolo dei pellegrini e devoti.
Pochi anni prima, infatti, il bosco di Vico era divenuto meta di pellegrinaggio per il noto fatto del cacciatore che ebbe a colpire con una archibugiata l’effigie della Vergine. Da questa, si narra che sgorgò sangue.
Nel 1596 il Vescovo di Mondovì, al secolo Giannantonio Castrucci (lo stesso che portò in città i precetti tridentini e i Gesuiti), aveva quindi deciso la costruzione di una basilica e il Duca pensò subito ad un monumentale Santuario per Casa Savoia, in uno tomba reale e monito per le eresie che facevano proseliti, specie nelle valli alpine.
Alla fine, per spostare la fiera di Mondovì alla data della Natività di Maria, ci volle la pecunia e un trattamento da vero dignitario. Narrano infatti le cronache, che il Duca fu convinto da Mondovì dopo che la comunità sborsò 600 ducatoni ed un po’ di scatole di “confiture“, donate ai principi di Casa Reale.
La concessione sabauda spostò quindi la fiera in concomitanza con la festività mariana (precisamente 3 giorni dopo e 3 prima), giunse il 18 luglio 1603.
La fiera, spostata nel tempo, non lo era ancora nello spazio: si teneva infatti sempre tra i baluardi di Piazza e nel catino della Piazza Maggiore.
Soggiaceva poi a cautele e disposizioni che oggi farebbero onore al distanziamento sociale: “...mercato del bestiame, piazzale vicino alla porta di Vico e sopra bastione … mercato del grano, piazzale davanti al palazzo di Città e all’ospedale, andando verso il Duomo … mercanti e negozianti forestieri, Piazza Soprana … mercanti e negozianti dei piani, Piazza Sottana … mercanti e negozianti di Piazza, proprie botteghe, salvi che ci sia posto nella Piazza Sottana (quelli che non hanno bottega potranno tenervi banco sulla Piazza) … legna, contrada della Cittadella … paniettieri e fruttaiuoli, tra le due piazze Soprana e Sottana, nei passaggi che dovranno comunque essere liberi in alcuni punti“.
Piazza era profondamente diversa da come la vediamo, basti pensare che il Duca Emanuele Filiberto, pochi anni prima, aveva fatto abbattere, insieme con altre chiese e edifici ecclesiastici, la grande cattedrale, da poco costruita ove oggi sorge la Caserma Galliano, per trasformare il “colle di San Donato” nella cittadella fortificata.
Vico ed il Santuario dovranno invece attendere il 1636, quando, per ordine di Vittorio Amedeo I, figlio di Carlo Emanuele I, la fiera si spostava definitivamente nel “luogo ove è la fabbrica e devotione d’essa Madonna Santissima appresso Vico“, in concomitanza con l’8 settembre.
Fu così, nei secoli, andè a la Madòna è divenuta una abitudine salutare tutta monregalese.
Sacra e profana al contempo è stata, per tante generazioni, la mia compresa, un pezzo di equipaggiamento per affrontare la brutta stagione.
L’ultima tappa prima di colmare la misura dell’anno.










