Quando a Mondovì si rubavan polli

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Anzi, tacchini o bocce… e per chi veniva sorpreso era meglio affrontare la gattabuia che le mani ruvide dei derubati!

Febbraio 1963: la Gazzetta di Mondovì usciva in quattro pagine e aveva un inequivocabile motto: “Religione e Patria – Fortior in adversis”. Nasceva nella Tipografia Fracchia di Corso Statuto 16 e il dottor Enrico Fracchia ne era direttore e fac totum. Trenta lire a copia, mentre le inserzioni – concesse alla ditta Bertolino di Fossano – andavano “pagate in anticipo”: così ammoniva una manchette a fianco della testata. Al Cine Corso davano “La finestra sul cortile” di Hitchcock (quasi una novità, allora), la naja passava da 18 a 15 mesi e il giovane collaboratore Piero Dardanello diventava capo redattore da Genova della Gazzetta dello Sport. Giovanni Griseri scriveva di ciclismo, mentre la Carassonese veleggiava al 2° posto del torneo dilettantistico regionale e i tifosi grigiorossi già fremevano per il derby col Cuneo.

La cronaca bianca raccontava della sirena municipale che “lacerava il sonno dei monregalesi” ogni qual volta i Vigili del Fuoco facevano adunata o degli “ululati mistertiosi” che rompevano la “solenne pace” della borgata Garino di Clavesana. Infine, due classici: riunire in un solo comune le Due Frabose e potenziare la Statale 28.

Il vero colore veniva, in realtà, dalla cronaca giudiziaria. Dal Tribunale di Mondovì, ma soprattutto dalle locali Preture, che non erano solo fucine di giurisprudenza salomonica, ma inesauribile riserva di notizie. Storie come quella di Giovanni F. “tenace lavoratore della terra” che aveva esagerato un po’ col vino e così, rincasato, pensava bene di “metter le mani su una bella tacchina di 4 chili nel pollaio del vicino”. Era però tradito dalle penne che, come nella fiaba, conducevano dritto alla sua cucina – racconta la Gazzetta – dove i Carabinieri lo coglievano con l’animale a cui aveva appena tirato il collo. Il severo Pretore di Carrù gli comminava 5 mesi di reclusione, ma Giovanni faceva appello e meno male, perché arrivava l’amnistia a salvarlo dalla gattabuia. Finì peggio ad un ragazzo un po’ maldestro di Piazza, che non seppe resistere alla tentazione di allungar le mani su un collier, nella vetrina socchiusa di una gioielleria di via Sant’Agostino. Non aveva però fatto i conti con lo sprint della titolare che lo inseguiva per via della Funicolare, ma soprattutto con la sfortuna di trovare sulla propria strada Antonio S, di professione brigadiere della Polizia Giudiziaria, che lo consegnò immantinente alle patrie galere, che poi stavano lì in Piazza IV Novembre. Esito: 8 mesi di reclusione e 30 mila lire di multa per direttissima e solo grazie ai buoni offici dell’Avvocato Zappino furono mitigate le be più severe richieste del P.m.

“Un anziano montanaro – si legge ancora -, preso da una subitanea passione per i gioco delle bocce, stava assistendo ad una partita tra villeggianti in quel di Frabosa Sottana, frazione Mongrosso, quando scorse sotto una panchina un paio di bocce in acciaio che parevano abbandonate…” Ovviamente se ne appropriò e ovviamente venne scoperto, nonché tratto a giudizio nel Palazzo di Via Vasco 2. Esito: 15 giorni di reclusione, derubricato il furto da aggravato a semplice, grazie, stavolta, all’appassionata difesa dell’Avv. Mario Prette il quale “interponeva comunque appello”, precisa la cronaca.

Prese invece 6 mesi, il pittore spagnolo Luis Joaquim Gordon M., nativo di Siviglia e residente a Madrid che, durante le feste della Madonna del 1962, pensò bene di infilar le mani nelle saccocce di un tizio di Roccacigliè, intento a montare sulla corriera al Santuario. Lo beccarono pressoché subito nei pressi dell’albergo Mondovì. “Pare che le mani ruvide di quelli che lo acchiapparono avessero lasciato segni piuttosto vistosi sul suo collo – si legge -, tanto da affidarlo, subito dopo l’arresto, alle cure di un medico“. “Dopo un paio di settimane, il pittore beneficiava della libertà provvisoria, senza presentarsi però al processo: c’è da giurare che per un pezzo non si farà più vedere da queste parti“, conclude l’arguta penna. Così era, in quei giorni in cui incontrare la Legge era fin meglio che trovarsi innanzi il derubato.