Cronaca di una giornata qualunque

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o visitato Ground Zero 7 mesi dopo l’11 settembre 2001. Era il giugno 2002 e dall’altra parte del mondo si giocavano i Mondiali di Corea e Giappone.

Non è però di quello che ho visto là che voglio dire.

Piuttosto, stamane mi è venuta in mente qualche immagine dell’11 settembre di Mondovì, un film che intitolerei cronaca di una giornata qualunque.

Ora, i miei genitori mi hanno raccontato più d’una volta dove fossero e cosa facessero quando uccisero Kennedy o quando l’uomo metteva piedi sulla Luna.

Io non ho molti ricordi di fatti epocali, tre, però, sono quelli che mi tornano spesso in mente: dov’ero quando misero la bomba alla stazione di Bologna, dov’ero quando spararono a Wojtila e dov’ero quando giunse la notizia del 9/11.

Per rispondere all’ultima domanda: era martedì, a Mondovì brillava un sole simil-estivo che, alle cinque, intiepidiva ancora una giornata tersa: una giornata anonima, una giornata qualunque, di quelle lavorative in cui rimpiangi una gita in Liguria per l’ultimo bagno.

Il luogo era la redazione di Provincia Granda, che al tempo si trovava in corso Statuto nel Palazzo Danna, a fianco delle Scuole Trigari.

Quegli uffici erano un dedalo di stanzini connessi l’un l’altro senza apparente logica.

Si fumava come turchi, tra cumuli di carte e arredamento di modernariato. Tutto aveva un che di fascinoso, anche se un po’ decadente.
Io mi trovavo nell’ultima di questi ambienti, in fondo, quasi una cripta chiusa tra un voltino basso a crociera e un curioso murale di Russo-Burot.

La radiolina a tranistor

Qui apprendemmo, da una radiolina a tranistor singhiozzante, quello che stava capitando. Sono cose che non vorresti mai sentire, meno ancora quando hai appena chiuso la prima di un giornale che avrebbe scritto, come ogni settimana, le solite cronache di provincia.

Ieri come oggi poco capitava da queste parti: variazioni sul tema e nulla più. Fu così che Claudio, il direttore, rivoluzionò un denso giornale fatto e finito, in un paio d’ore.

Colonne messe insieme con tante incertezze e altrettanto magone. Perché l’unica notizia pubblicabile era, in fondo, che di lì innanzi saremmo stati chiamati a vivere esistenze ordinarie in tempi straordinari.

Un paio di flash mi accompagnano di quei giorni. Il primo è una chiacchierata con l’ex sindaco Pierluigi Gasco, il quale mi raccontò le inedite similitudini col 10 giugno 1940, quando lui, con centinaia di altri monregalesi, aveva appreso, sulla piazza Martiri, della dichiarazione di guerra, annunciata in pompa magna dai Magneti-Marelli intorno al palazzo del Podestà.

L’altro è un caffè offerto e consumato di fretta e furia con Christian, mio ex compagno d’armi. Ci incontrammo per caso in un bar della periferia. Quelli in cui entri di solito per far pipì e il caffè lo prendi per cortesia.
Eravamo entrambi relativamente freschi di congedo. Scherzammo come vecchi tempi, non per nostalgia, ma per esorcizzare il condiviso timore di essere richiamati.

Infine le parole di mio padre, davanti alla tv: “Nulla sarà più come prima”.

Crepe poi colmate dal tempo

Aprì più d’una crepa l’11 settembre, anche a Mondovì. Da subito, certi pregiudizi e talune difficoltà di convivenza resero la comunità meno coesa. Non mancarono le tensioni. Molti dei nostri timori, però, fortunatamente non si concretizzarono.

Il tempo contribuì a saldare alcune di quelle smagliature. Altre, purtroppo, se ne aprirono.

Oggi le torri sono una memoria un po’ più lontana e un po’ più sfumata. Utile appena a ricordarci dove fossimo quando tutto questo accadde.