Rambo

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R

icordate la storia di John Rambo, il veterano del Vietnam nel primo film della saga, interpretato da Sylvester Stallone?

La guerra lo aveva reso folle e, tornato in patria, aveva intrapreso la sua battaglia personale contro il mondo da cui si era definitivamente stranito.

Ebbene, vagando per ingiallite cronache locali, ho trovato un John Rambo nostrano, contadino nato e cresciuto sulle colline della langa cebana, tornato dal fronte poco meno che “scemo di guerra” e spedito, qualche anno dopo, dal Tribunale di Mondovì, in un manicomio giudiziario ai confini dell’impero.

L’unica colpa di C, proprio come quella del berretto verde nel film, l’aver vissuto, suo malgrado, una “stagione all’inferno” dalla quale mai si sarebbe ripreso.

C. finì processato in via Vasco per aver sparato un colpo d carabina al vicino di casa, reo, a suo dire, di avergli gettato il malocchio.

Ne aveva avuto sospetto da tempo, ma quella convinzione si era consolidata durante la prigionia in terra straniera, dopo essere stato catturato, da soldato, l’8 settembre.

Così, tornato in Italia nell’immediato dopoguerra, C. aveva proseguito il suo di conflitto – tutta personale – col dirimpettaio, fermo nella certezza che quel disgraziato gli portasse iella.

Fino a quel giorno, quando imbracciò la M1 calibro 30 – residuato bellico di qualche lancio in favor di partigiani “azzurri” – ed esplose una schioppettata verso l’ignaro coetaneo, ferendolo seriamente, mentre questo era intento a salire la scala del fienile.

Fu una grazia se il fattaccio non si trasformò in tragedia, limitando i funesti esiti a 70 giorni di degenza al nosocomio cebano che, all’epoca, affacciava ancora su Cevetta.

Nessun bisticcio fu alla base del gesto delittuoso. e nemmeno lo precedette – scrive il cronista -. Si trattava soltanto della conclusione di un tormento interiore che affondava le le suo radici nella pazzia“.

Una condizione conclamata, sempre secondo le cronache, che raccontano di un imputato che quasi faticava a respirare nell’aula della corte monregalese.

C. era arrendevole nel contegno quanto apatico alle sollecitazioni del difensore che, in fondo “ebbe vita facile” nel perorare la causa di un’assoluzione per vizio totale di mente.

Fu così che, da Mondovì, si schiusero le porte del manicomio giudiziario. “Per anni due“, sentenziò, severo, il presidente, mentre il tocco gli scendeva d’un lato sulle calvizie.

Chissà che fine avranno fatto le 300 mila lire di risarcimento richiesto dall’avvocato Andreis, che patrocinava il povero “iettatore” putativo…

C. uscì dall’aula per nulla pronto a passare quel guado.

Anzi, si faceva trascinare dalla corrente inesorabile. Che quel giorno era Giustizia, personificata nelle vigorose braccia dei due carabinieri di scorta.

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