Madonnina che stai lassù

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o appreso che qualcuno a Mondovì ritiene la Madonnina una cosa brutta.

Invero, un tale giudizio estetico, lo si può elaborare piuttosto agevolmente per poi, se si vuole, esternarlo al bar, brindando con gli amici.

Un po’ diverso è scrivierlo.

A me sembra un’ovvietà, come piuttosto frivole reputo le invocazioni di chi vorrebbe la Madonnina ristrutturata o abbattuta.

Mi spiego: basterebbe farsi due domandine, tipo: “Quanto costa? e “Chi paga?”, per evitare il fallo di scontatezza.

Seguono due brevi riflessioni sulla Madonnina, che, per i non monregalesi, è un emiciclo di cemento armato affacciato su un angolo boschivo del Monte Regale, quello forse più bello, paseggisticamente parlando, perché si specchia sulla cornice delle Alpi Marittime.

Nell’immagine a corredo, ne vedete uno scorcio che avevo catturato per Provincia Granda, nell’anno 2012.

Ma veniamo al punto.

Primo: la Madonnina è ed è sempre stata un edificio privato. E se è privato è inutile invocare abbattimenti o, peggio, interventi della mano pubblica.

E siccome nessuno ottiene una proprietà senza far uso d’un briciolo di aritmetica, buttarla giù costerebbe un pacco di soldi che, sotto questi chiari di luna, nessuno proverebbe a scommettere.

In Tribunale il primo motivo si direbbe “assorbenete“, ovvero basterebbe questo a mettere un punto fermo alla questione.

Ma siccome io sono un inguaribile romantico, svolgo anche il secondo motivo, che tocca le corde del sentimento.

Sarà pure brutta, ma è da 60 anni lì ed ormai, volenti o nolenti, fa parte del panorma monregalese. Non solo, ne ricorda, a suo modo, il passato di città degli studi, l’edilizia “clericale” e la fiducia nella ricostrzione.

Sintesi: teniamoci la Madonnina. Sfinge inopportuna e invenusta, ma anche atto di pura volontà inconsapevole.

Figlia del suo tempo, che ci insegna ancor oggi, come di brutture, ogni tanto, ci tocchi vivere, ma soprattutto che certe scelte, prese in pochi istanti, hanno conseguenze che durano una vita.

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