Suc

I
n giardino avevo un cipresso. Lo tagliai, anni fa, “al culo” come si dice in Piemontese, perché malato e rinsecchito all’interno. Ora, con il fervore dei lavori domestici, ho intrapreso una sfida personale con ciò che resta di quella pianta.Il progetto era semplice: scavare intorno al ceppo e rimuoverlo a colpi di vanga. Mentre il suo gemello è venuto via quasi subito, l’ultimo highlander mi sta dando parecchio filo da torcere.
Gli ho dato con il vanghin che fa una leva brutale, poi con un’ascia, poi con un’accetta e infine con una scure che avrà cent’anni e pesa un boia.
Niente. Tutti i giorni da un po’ combatto la mia pugna sotto il sole con il “suc” che nemmeno si muove. Ho interpretato la fisica, studiato le pendenze, scrutato le radici, ma lui, nulla, è ancora lì. Incrollabile.
Sto pensando di lasciarcelo, ma ormai è un questione di puro orgoglio. Con un cuni lo fare a pezzi, ma il cuneo non ce l’ho.
Allora picchio duro con la mazzetta sulla testa della lama, ottenendo però solo schegge e gran segatura.
Lì per lì, sono venute in mente le vite nere dei nostri vecchi: esistenze fatte di tenacia, lentezza e spesso sforzi sovrumani.
Siccome qualche goccia di quel sangue montanaro scorre anche ancora nelle mie vene, giorno per giorno vado alla conquista della mia vetta, nella ferma convinzione che non ne esistano di inarrivabili, ma solo di quelle mai scalate abbastanza.







