O
rmai da qualche anno consegno a Facebook qualche riga in occasione del mio compleanno. In genere si tratta di bilanci, piccole storie strane o curiosità di vita. Poi Michela mi sgrida perché dice che la malinconia sta diventando un po’ troppo la mia cifra e la nostra esistenza va vissuta guardando avanti e non voltandosi ostinatamente indietro.Ha ragione lei, lo so. Ieri però, mentre già pensavo a cosa avrei messo giù, mi è venuta in mente una bizzarra scritta che avevo letto tanti anni fa sugli specchietti retrovisori delle auto che davano in affitto in Israele. Suonava più o meno così: “Objects in the rear mirror are closer than they appear“. Il singolare avviso – penso ideato per il mercato americano – metteva in guardia i guidatori dal valutare gli oggetti riflessi: in realtà potevano essere più vicini di quanto apparissero nel retrovisore. Ecco, io non è che io sia malinconico, è solo che quell’avviso deve avermi un po’ condizionato. Per una volta, allora, resisterò alla tentazione di guardarmi alle spalle, fare bilanci o scrivere memorie.
Però, questa, ve la volevo proprio raccontare. Che sia di buon auspicio, per tutti.
Al Ginnasio, il professor X., che insegnava una certa qual materia, era noto per il suo rigore e il suo humor pungente. Dopo un po’, però, ci si faceva la scorza ed era una palestra di vita come oggi, probabilmente, non ce ne sono più. Sta di fatto che quando compariva in aula – una vecchia aula con i gradoni in legno ed i banchi a due posti – i corpi di molti di noi perdevano naturalmente di volume: qualcuno si piegava a raccoglier penne immaginarie, altri si lasciavano scivolare nel banco, i più temerari s’appiattivano letteralmente sui compagni. Ne derivava un quadro “plastico”, il cui maldestro obiettivo era sfuggire allo sguardo inquisitore dell’insegnante. Soprattutto quando questo incrociava il registro prima di interrogare.
Puntuale, giungeva comunque e sempre la scelta, che cadeva proprio sul tapino il quale più aveva cercato di nascondersi. L’appello, poi, era sempre accompagnato dalla citazione di Epicuro. “Eh Borgotallo, láthe biósas!“, ovvero “Vivi nascosto!”, che tradotto in piemontese – idioma che pure il professore praticava volentieri – suonava un po’ come un “Fat furb, l’hai ciapate istess!”.
Ora, cosa c’entra tutto questo con il mio 46esimo genetliaco? Forse poco o forse molto. Vorrei infatti non vivere troppo nascosto, non appiattirmi troppo sugli altri, non sfuggire alle responsabilità. I miei 46, infatti, mi dicono che il successo non è mai definitivo ed il fallimento non è mai fatale. In fondo, aveva ragione Churchill: è il coraggio di continuare che conta.










