Quelle carceri condannate in via definitiva

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Chiuse a fine degli anni’80, potevano diventare ospedale,  condominio o qualcos’altro, potevano…

 

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icordo bene, quando, da giovane studente del Ginnasio “Beccaria”, si usciva dalla porta su piazza IV Novembre, mentre dalle inferriate delle carceri, i reclusi ci osservavano.

Potevi scorgerne le braccia, ma non i volti. Non ne sentivi le voci, ma ne percepivi la presenza. Silenziosa e inquietante.

Appartengo a una generazione in cui i detenuti con ceppi e catene si vedevano per strada.

A Porta Nuova, ad esempio, dove le traduzioni avvenivano in carri cellulare grigi sull’ultimo binario, lontano dai pendolari e schermati dai Carabinieri.

Ma è di Mondovì che voglio parlare.

Di quel contenitore che era il “carcere giudiziario”, costruito ai primi dell’800, chiuso alle porte degli anni ’90 e da lì, dimenticato.

Ci fu, per la verità, nei primi anni 2000, un’ipotesi di riutilizzo avanzata da una società di Pinerolo che volevano trasformarle in appartamenti sfruttando le “cartolarizzazioni” del Ministero Tremonti.

Poi, anche quella velleità svanì ed oggi, siamo all’ennesimo contenitore vuoto, in cerca di vocazione.

Mi pare pure che, sempre in quegli anni, qualcuno vi avvistò una specie di serpente gigante, buono per riempire le cronache della Gazzetta di leggende metropolitane.

Il ricordo di Monsignor Guido Carretto

In quegli anni, ebbi la fortuna di fare una chiacchierata, con penna e taccuino, insieme a Monsignor Guido Carretto, giurista e prelato monregalese, che di quell’istituto era stato cappellano dal 1963 al 1988.

Mondovì era un carcere giudiziario dove trovavano posto detenuti a fine pena o in misura cautelare detentiva, provenienti da tutta Italia.

Anche qualche personalità, a dire il vero. Come Sereno Freato, il segretario privato di Aldo Moro, incarcerato per lo scandalo petroli e poi pienamente assolto.

A fine servizio, via delle Scuole ospitava una trentina di detenuti su 50 di capienza. Curiosità: il personale, tra amministrativi e Penitenziaria, era di circa 20 figure, quindi, il rapporto dipendenti-reclusi finiva con l’essere meno di 1 ad 1.

Ebbene, dopo la chiusura, agli albori degli anni ’90, quei muri massicci, dalla geometrie irregolari, furono davvero vicini ad avere un futuro (sanitario).

Quando le carceri misero d’accordo due fieri avversari

Soprattutto, riuscirono nell’inedito obiettivo di mettere d’accordo due grandi “nemici” (politicamente parlando, ovvio) del governo locale di quei tempi: Giuseppe Ferrua e Raffaele Costa.

Nel 1989, infatti, l’allora presidente dell’U.s.s.l., Giuseppe Ferrua, scriveva al Ministro di Grazia e Giustizia, Giuliano Vassalli per dare finalmente ai 3 mila dializzati del comprensorio, un centro dialisi nelle ex carceri di Piazza, fresche di dismissione.

Curioso il destino di quel possente fabbricato: restaurato nel 1987/88 (vennero spesi un miliardo e duecento milioni) era chiuso, nel gennaio 1989, da Roma, con un decreto urgente.

Riassegnati i detenuti in altre sedi della provincia, riassegnata la Polizia Penitenziaria, in piazza IV Novembre, rimaneva un custode pagato dal Ministero e tante polemiche, anche tra chi preconizzava la prossima mannaia su Piazza: la soppressione del vicino Tribunale di via Vasco.

Potevano diventare ospedale

Intanto, a pochi metri, nel Padiglione ospedaliero “Gallo”, la mancanza della dialisi determinava un pesante disagio a pazienti e familiari, costretti a rituali e sistematici trasferimenti a Cuneo e Ceva su pullmini, i cui “tour” costavano alla U.s.s.l. 80 milioni l’anno.

Ciò nonostante, l’interessante proposta-Ferrua, non prese mai piede. Circa tre anni dopo, il suo fiero avversario, divenuto Ministro della Sanità, Raffaele Costa, scriveva al sindaco Michelangelo Giusta una missiva rubricata “Recupero della ex Casa circondariale (proprietà del ministero delle Finanze) per ospitare strutture ospedaliere“.

Quel curioso “ritorno di fiamma”, per la verità, si incastonava nel più ampio dibattito su come impiegare i diciannove miliardi di finanziamento regionale per la ristrutturazione del nostro nosocomio (già si parlava di farne uno nuovo altrove).

In Comune, però, vi era un fronte di scettici sull’impatto ambientale e, per questo, si cercavano soluzioni alternative: tra cui, appunto, l’ex carcere.

Lo Stato non aveva interesse a mantenerlo e l’allora partita delle “privatizzazioni” voluta dal Ministro Goria sembra l’occasione buona.

Ancora una volta, il progetto non si concretizzò e lo stabile venne sì alienato, ma a privati, con sorti non proprio fortunate.

Un rebus che nasce da lontano

Ora siamo da capo. Un’altra asta, un altro giro.

Tutto questo per dare un saggio di quanto lontano sia il ragionamento sui contenitori vuoti di Piazza.

Problemi che, drammaticamente, non hanno mai trovato soluzione in oltre trent’anni, con buona pace di amministratori e commissari.

Questioni cronicizzate, divenute ormai rebus, sintomo di quanto possa essere involuto e complesso il processo decisionale alle nostre latitudini, specie quando si interseca con possibili cointeressenze o con i veti.

Allora, ci teniamo le carceri (vuote), ci teniamo il “Gallo” (vuoto), ci teniamo il “Michelotti” (vuoto), la “Galliano” (vuota) e tanti altri.

In compenso, si costruisce sui prati perché “costa meno tirare su ex novo che ristrutturare”.

Sarà anche vero, ma a me continua a sembrare un po’ la solita, rassegnata, sottomissione alle circostanze che Mondovì proprio non riesce a scrollarsi di dosso.

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