Con rispetto parlando

Appropriatezza delle condotte: che mai sarà, se non la confacenza di un contenuto al modo in cui lo esprimiamo, al contesto nel quale è espresso, alle parole usate, agli interlocutori a cui ci rivolgiamo?
C
ontinuo a vedere sui web-media fotografie di incidenti e eventi funesti “griffate” dagli stemmi dei vari corpi che intervengono in loco per prestar soccorso.Non mi piace. Non sono d’accordo.
Se eserciti una pubblica funzione, tipo soccorrere la gente in montagna o gli sfortunati coinvolta in un sinistro stradale, quello è il tuo – encomiabile – lavoro, non fare il fotroreporter per conto del cronista di turno.
La cosa, da giurista, mi lascia assolutamente perplesso se penso che quegli stessi documenti fotografici possono convergere nel fascicolo del Pubblico Ministero, perché proprio quei fatti che hanno richiesto l’intervento dei soccorritori potrebbero dar luogo ad una ipotesi di reato.
Attenti agli automatismi
Non fraintendetemi, non sogno un mondo a compartimenti stagni, dove il cronista non parla con alcuno e non possa informarsi o coltivare le proprie fonti.
Quello che mi lascia interdetto è piuttosto il rischio degli “automatismi”.
Gli stessi che possono portare a far uscire una notizia sul web, prima che i diretti interessati – ad esempio, i parenti – siano informati per le vie ufficiali.
Nel piccolo, è capitato anche a me, quando, anni fa, andai lungo e disteso in Tribunale durante un processo a cui presi parte, nonostante la febbre.
In tempo reale la notizia rimbalzò di sito in sito, alla mercé di tutti, miei familiari compresi.
Alcuni lo seppero lì, prima di ricevere una mia telefonata che li tranquillizzasse.
Ha un senso tutto ciò? E per cosa? Voyeurismo? Pruriti di pettegolezzo? Compiacenza?
Ecco, allora, vorrei si tornasse a un po’ di prudenza e, perché no, anche a dire qualche “No, questa non la posso dare”. Vorrei un argine, insomma.
A meno che non si voglia passar sopra ad ogni senso della forma, del rispetto dei ruoli, dell’etica.
Senza dimenticare quella che i Romani chiamavano pietas, così esprimendo l’insieme dei doveri che l’uomo ha verso gli uomini.
La forma è sostanza
Al Ginnasio ci insegnavano che la forma è sostanza, un adagio che, quando si faceva gavetta nelle aule giudiziarie, i domini inculcavano come mantra nei praticanti.
Ricordo la ramanzina che presi in una delle mie prime udienze perché non avevo la penna nel taschino (non che servisse, ma doveva far parte della dotazione) o il rimbrotto di un vecchio presidente di Tribunale il quale – quaranta gradi all’ombra – domandava ad un praticante, reo di tener la giacca in punta d’indice, se presentasse il telegiornale.
Sarò vecchio, ma la cosiddetta “osservanza”, l’ossequio alle procedure, quella che un compianto magistrato cuneese amava definire la “messa cantata”, non può e non deve trasformarsi in un orpello o in un vezzo.
Ciascuno faccia il suo e provi a farlo bene.
Se c’é una regola, un codice di condotta, poi, perché non affidarvisi?
Si badi, non è formalismo gratuito, la chiamerei piuttosto appropriatezza delle condotte.
L’importanza della cautela
La questione delle foto divulgate nel web è solo uno degli esempi.
La riflessione che ne segue è necessariamente più ampia e riguarda il rischio di smarrire ogni appropriatezza delle condotte.
Che sarà mai questa, se non la confacenza di un contenuto al modo in cui lo esprimiamo, al contesto nel quale è espresso, alle parole usate, agli interlocutori a cui ci rivolgiamo?
In proposito, io inizierei dalle basi (anche esse oggi un po’ appannate): ad esempio, dare del “Lei”, usare il dovuto titolo accademico e, come dicevo sopra, declinare un invito oppure negare, con cortesia, una richiesta.
Poi, potremo sempre sbagliare, ma vale la pena rifletterci su per non cedere a quello che – da militari – chiamavamo “lo sbraco”.









