Muri
Nell’ex convitto delle Orfane, luogo sospeso tra l’apollineo delle colline e il dionisiaco dei pozzi: tra chiarori abbaglianti e tenebre profonde…
D
elle vecchie case di Piazza ricordo le volte alte, a crociera. Muri spessi, ingrigiti e pavimenti con piastrelloni di gres levigato, tanto da sembrar marmo.Un po’ come la casa dei miei nonni, uno dei tanti portoni nella odierna via Carassone, che negli anni ’70 era ancora intitolata al Fiume Sacro alla Patria.
Lì, in quei lunghi corridoi, spiragli di luce e ombre caravaggesche segnavano i vecchi comò di noce.
Ecco, girovagare nell’ex convitto delle Orfane di Mondovì mi ha fatto riassaporare quelle sensazioni.
Luoghi sospesi tra l’apollineo delle colline e il dionisiaco dei pozzi: tra chiarori abbaglianti e tenebre profonde.
Luoghi che lasciano il gusto del mistero, della umanità precaria, dell’incompiuto.
In genere, ciò che è in ombra non vale la pena di essere raccontato, ma le ombre di Piazza sono diverse.
Profumano di storia e di storie. Quelle dei Carmelitani Scalzi che tirarono su quei muri nel 1600.
Quelle delle orfane, con le loro scritte drammatiche, incise sui muri. Testimoni di vite raminghe, passate per le scale che si immergono nelle viscere della collina, per le segrete e gli anfratti bui di quel posto.
L’ho visto una sola volta, ma già mi attrae: attendo che sia finalmente aperto, animato dalle macchine di stampa, impreziosito dai libri antichi, modernizzato dai laboratori multimediali.
Sfioro i mattoni a vista dei muri. Ricordano i crotìn dove le temperature sono costanti e l’umidità controllata per natura. Posti da muffe preziose che lavorano vini nobili. O, forse, prigioni per anime in pena.
Sapere che quelle stanze stanno rinascendo nel segno dell’arte, della cultura, del bello, rinfranca.
Amo pensare che i muri, anche i più lugubri, squadrati, quelli che conducono chissà dove, ci accompagnino, infine, a una porta che si schiude.













