Binario morto non risorgerà
Perché la ferrovia Mondovì-Cuneo, chiusa nel 2012, non può riaprire: senza difensori di ufficio, la sua era un condanna già scritta
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rimi anni 2000. Ero insieme a un apprezzato amministratore locale (di cui non rivelerò il nome nemmeno sotto tortura) e parlando della ferrovia Mondovì-Cuneo, questi mi fece sobbalzare sul sedile, proprio all’altezza di Beinette. Alla mia accorata esortazione a investire sulla rotaia, rispose perentorio che era contrario alla riapertura, perché la gente, a Cuneo, poteva andare in auto, che era più comoda.Lì per lì, dubitai della sua lungimiranza, ma a distanza di vent’anni devo riconoscere che fu, fin troppo, facile profeta. Andiamo, però, con ordine.
Passò qualche stagione da quella chiacchierata e il 14 dicembre 2003 sotto un bel sole invernale e dopo cospicuo esborso di pubblici denari, la linea venne finalmente riaperta. Alla corsa inaugurale facemmo una bella sosta sul ponte di Gesso fresco di ricostruzione a seguito del crollo del 7 ottobre 1996: altri milioni di euro di lavori. Le cronache erano così entusiaste che qualche testata scrisse persino di una “galleria in curva da 1174 metri” che evidentemente avevano percorso solo loro.
Trenitalia si attendeva 700 passeggeri al giorno: nel 2012, quando Ferrovie e Regione chiusero il 24% delle tratte piemontesi, ne denunciava poco meno di 400.
Con tutta probabilità, non dovevano crederci troppo neppure loro, perché, già con il dicembre 2005, si attuava un primo ridimensionamento, perdendo talune coincidenze a Mondovì verso Savona. Poi, le prime corse vennero sostituite dai bus, altre, specie quelle che portavano gli impiegati in ufficio sparirono del tutto. Fu infine inventata la “chiusura preventiva per neve“, manco fossimo sulla Agrigento-Porto Empedocle.
Mettiamola così: a fronte di un’utenza già timida, incentivi all’uso del treno non se ne videro. Al contrario.
Fu così che i funesti presagi presero corpo, fino all’ultimo fischio, nel giugno 2012: soppressione del servizio. Amen. Forse alla nostra linea mancava un difensore d’ufficio convinto (a Saluzzo ce l’avevano e ora, guarda un po’, hanno pure il treno), forse era semplicemente destino: quando uno si abitua a usare la macchina non risale più in carrozza. Di questi tempi, poi, con le incognite sul Covid, il mezzo pubblico è guardato con sospetto e, anche per questo, fatico a vedere inversioni di tendenza.
Eppure, io credo che nessuno a Mondovì si sia mai stracciato le vesti per la perdita della ultima ferrovia monregalese. Verrebbe da ironizzare: giusto così, tanto la 564 è un’autostrada a sei corsie dove il rischio di infilare qualche ciclista o fare un frontale è zero.
Oggi leggo di ministri che invocano la riapertura, di assessori che la cassano, di chi vorrebbe coprire i binari per farne una ciclabile, del padrone di casa che giustamente dice: “Qui comando io“. Ah, per puro puntiglio, ho dato un’occhiata ai numeri e non è vero che fossero i binari meno frequentati della Regione, come ha detto qualcuno. Era forse la meno tutelata, come, ahimè, è capitato in questi anni ai pezzi che Mondovì ha perso, senza batter ciglio o quasi.
Sta di fatto che circa 1.000 persone prendono quotidianamente una delle 48 corse di pullman, le quali “servono” in un’ora (il doppio del treno) il Monteregale col capoluogo, disegnando arzigogoli nei turniché tra paese e paese.
Mentre i torpedoni vanno, le ipotesi di riattivazione passano più o meno tutte dal ripristino delle corse-studenti e di quelle in coincidenza con la Torino-Savona, che sarebbero pure buone per Cuneo, orfana ormai di un collegamento ferroviario diretto con la Liguria.
C’è però il capitolo costi: pare che gestire il treno comporti un esborso di quasi 1 milione/anno, contro i 600 mila euro delle corriere blu.
E qui mi fermo, perché sarebbe bello, ma io ho (quasi) smesso di crederci.
Binario morto non risorgerà.








