Auguri, Mondovì

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A

mministrare la cosa pubblica in Italia è uno dei mestieri più difficili.

In passato, su questo blog, non ho risparmiato qualche “pungolo” a questa o quella amministrazione cittadina. Senza troppe distinzioni di colore o di consiliature.

C’erano in passato, e ci sono tuttora, scelte che non mi convincono a fondo. Del resto, cadere e fallire sono le cose più facili di questo mondo e solo chi non calcia il rigore non lo sbaglia mai.

Ora, che per ragioni professionali, mi è toccato assistere, dall’interno, al funzionamento della macchina pubblica, mi trovo a far ammenda. Prima dicevo, disinvolto come un po’ tutti, “Non hanno fatto questo” oppure “Non fanno quell’altro”. Bastava una magagna, per lamentarsi. Era fin troppo facile.

Ora correggo il tiro, trasformando le domande in: “Perché non hanno fatto questo?” o “Perché non fanno quell’altro?”.

Non è solo questione di sintassi. Il “perché?” è fondamentale. Nessun amministratore, di ieri e di oggi, credo  voglia il male della nostra città. Nessun amministratore può permettersi di non fare una cosa bella o buona per la sua comunità.

Talvolta non ci si riesce perché non si è abbastanza bravi o fortunati, tal’altra – e qui sta il punto – perché la strada è talmente irta di ostacoli da demotivare anche il più volenteroso.

Provo a spiegarmi con l’etimologia.

Amministrare deriva dal latino minister, che significa servo, ma anche intermediario: uno, insomma, che sta nel mezzo.

Chi amministra fa scelte, dunque, quasi sempre condizionate. Talvolta dalla ideologia, oppure dal consenso o, ancora, da intime convinzioni, oppure maturate poiché qualcuno lo ha persuaso.

Difficilmente, l’amministratore fa ciò che vuole. I Romani non sbagliavano: il minister è per natura una figura che opera per qualcun altro o che ne attua una richiesta. In questo suo essere intermediario – e financo servo – c’è l’essenza di chi è chiamato a muoversi tra margini sempre più stretti.

A limitare le velleità di un amministratore pubblico c’è di tutto un po’: dalla ipertrofia normativa, alla burocrazia fatta di carte e pareri, dalla giurisprudenza ondivaga ai tempi della macchina pubblica che, nonostante la stagione digitale, restano spesso lenti e inesorabili.

La politica finisce spesso impigliata in questi lacci e lacciuoli. Poco è cambiato da quando Raffaele Costa mi spiegava il concetto del “Io sono il Signor Cittadino” o da quando Totò decideva di morire per dar in sogno alla moglie i numeri del lotto, ma scopriva che anche l’altro mondo era governato da uffici e carte bollate.

Mi piace allora vedere un che di eroico, di romantico in chi ha (ancora) voglia di occuparsi della cosa pubblica. Un amministratore votato all’ aretè greca, insomma.

Lo so, la vulgata che ho sempre sentito è diversa. “Chi si mette in politica, lo fa per interesse”, si dice. In parte è probabilmente vero, ma altrettanto riduttivo.

Mi chiedo spesso che Mondovì consegneremo ai nostri figli, ai nostri nipoti. Guardo al futuro con legittimi timori e fideistiche speranze. Il tema della salute e del lavoro sono, per me, centrali, ma qui mi servirebbe un altro “Pungolo”. Il prossimo.

Vi lascio allora con un augurio per il 2021. Che Mondovì abbia coraggio, cinque minuti più a lungo del normale. Tanto basterebbe per dirla eroica o, più semplicemente, fortunata.

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