Beautiful one

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L

a luce di un lampione fioca rischiara i miei passi incerti.

Il selciato è liscio e traditore e la suola delle mie scarpe, gomma consunta.
Ne avevo un paio buone, ma le ho lasciate a Mondovì. Per quello che ho da fare lì, mi bastano questi residuati.

Ho lo sguardo di gatto sperduto e l’umore stropicciato come le cinquemila che ho appena speso nell’ultima birra.

A fine giornata, la vista sembra l’unico senso che risponde ancora a stimoli, anche perchè il campanile ha già rintoccato le nove e io devo rientrare in fretta.

E devo pure trovar la strada giusta in una ragnatela di vicoli estranei e incoerenti.

Mi infilo allora in una specie di porta medievale. Un posto che ricorda il voltone di via Carassone a Mondovì Piazza. Già per questo mi dà fiducia. L’istinto di fermarmi lì sotto scrutando l’ogiva a crociera prevale sulla frenesia dei miei passi.

Fermo. Rifiato. Esploro gli spazi.

Alzo lo sguardo per cogliere qualcosa di artistico in quello scorcio che sa di antico.

La mia ispezione si conclude su una lapide di marmo opaco. Ha parole di bronzo in bassorilievo.

E’ il Bollettino della Vittoria del Generale Diaz: 4 novembre 1918. E’ la prima volta che lo leggo e impiego poco a scorrerlo.

Per un attimo sento i resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalire “in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza“.

L’Austria non è poi così lontana: dritto a nord est. Là, oltre quei panettoni di roccia che in fondo alla strada sarei tornato a scorgere.

Per un attimo, immagino carriaggi in colonna, visi spersi e fagotti di uomini in marcia.
E’ una mimesi effimera e intensa: ispirata dai luoghi, ma soprattutto dalle parole.

Le stesse che ergono muri, ma anche che spalancano finestre.

Al passo, ora, chè la sera scende: da quel non-luogo mi sposto altrove, col firmamento solo a custodire la mia notte.