La tauromachia all’Altipiano
A
mo leggere le vecchie cronache della nostra città.Vi trovo frammenti di vita surreali, vicende anacronistiche di misantropi, alcolizzati o iracondi solitari, le cui gesta, non di rado, guadagnavano gli onori della “nera”.
In questa pittoresca Mondovì capitavano non di rado cose strane.
Ci fu un giorno, ad esempio, in cui, alla all’Altipiano, si tenne una corrida. Una specie di corrida, diciamo così. O meglio: una corrida involontaria.
Siamo in una calda sera d’estate del 1943, alla stazione di Mondovì Altipiano, che non era esattamente come oggi.
Non solo era nuova (venne inaugurata nel 1933), ma, ad esempio, aveva molti più binari degli attuali: almeno 7 tra tronchi, precedenze e scalo merci. Quest’ultimo era un enorme piazzale sterrato che affacciava sullo stradone di Borgo Crociera, dove merci d’ogni genere venivano movimentate con rudimentali ribalte e, infine, stoccarle in depositi di mattoni rossi.
Tutt’intorno sbuffavano vaporiere, avide nell’ingurgitare acqua dalla torre che tutt’ora campeggia nei pressi del vecchio abitificio.
Proprio qui avviene il fattaccio.
Mentre si stanno caricando dei bovini al piano caricatori, un torello di circa 5 quintali riesce a scappare e a darsi alla “corsa pazza”, terrorizzando i poveri viaggiatori che sono in attesa del “Diretto” per Torino.
“Molte persone tentavano invano di fermare l’animale“, scrivono le cronache dell’epoca.
Non so voi, ma io mi terrei ben alla larga da un simil bestione: dove trovereste infatti forza irriflessiva e bruta, se non in un antagonista del genere?
Mondovì ha però i suoi valenti toreador. Vestono il grigioverde e sono due militari in turno di guardia sulla linea.
Il primo, a dire il vero, è volenteroso, ma un po’ maldestro. Il ragazzotto, infatti, impugna il moschetto e tira un colpo, rischiando però di impallinare una vecchia.
La donna casca all’indietro sul suo fagotto di tela, restando a gambe levate per un po’.
Nessuno se ne cura: gli occhi di tutti, infatti, son fissi ai binari verso Savona, dove si celebra l’inedita corrida.
Il boato della schioppettata, infatti, finisce col far imbestialire ancor più il toro che ora scalcia al vento, tra le traversine. Imbolsito, ma pur sempre furente.
A questo punto, entra in scena tale sergente Ernesto Folchini, che comanda il servizio militare di stazione.
Dalle terga si avvicina al bovino e, approfittando di un attimo di rèquie del bestione, con una certo sprezzo del pericolo, gli infila una corda di due metri al possente collo. Poi tira il laccio assestando un poderoso strattone.
Da subito un nugolo di giovanotti gli danno man forte e “riducono all’impotenza l’animale“.
Finisce qui la tauromachia monregalese. Una storia che magari avrebbe entusiasmato Ernest Hemingway o, più semplicemente, una storia di provincia. La mia provincia, luogo dell’anima prima che geografico.








