A pensarci prima

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Sono nato nel 1974, figlio del divorzio. Mia madre mi racconta di aver votato al referendum abrogativo della legge 898 del 1970 nel seggio volante dell’ospedale di Mondovì Piazza.

C

i sono passato sotto un paio di giorni fa. Era presto e mi sono fermato davanti al vecchio portone di legno. Sbarrato da dentro, nodoso e scolorito dal sole.

Sulla sommità si intravede ancora la scritta Charitas Christi urget nos, citazione paolina che denuncia un passato da ente benefico. Sulla lapide: Hospitale Sanctae Crucis. Controsole, poi, riesco a malapena a leggere una data: MCCCLXXVII, che non è la data di realizzazione del Padiglione Gallo (1740-1761), ma quella ben più antica della Confraternita di Santa Croce. Questa gestiva il primo ricovero del rione, che era davanti alla Cattedrale, dove oggi sorge l’ostello della Academia Montis Regalis.

Il Santa Croce è chiuso da 12 anni. Proprio sigillato per il timore dei vandali. Lo sorvegliano il Padiglione Michelotti, costruito negli anni ’30 e la manica in mattoni rossi, che risale ai primi anni ’90, gli stessi in cui il visionario (ma mica tanto) consigliere dei Verdi Sergio Bruno faceva “provocatoriamente” mettere a bilancio comunale 300 milioni per il terreno del nuovo ospedale all’Altipiano.

Del Santa Croce, ricordo i pavimenti a quadrettoni e quelle vetrate multicolori i cui riflessi mi coloravano le lenzuola quando mi operarono di tonsille. Ho salito gli scaloni in marmo mille volte: per celebrare fiocchi rosa e azzurri e, purtroppo, per incrociarvi i volti di persone care che lì hanno vissuto le ultime sofferenze terrene.

E non dimentico il Natale 1981, quando, bambino, dalla finestra di casa guardavo verso Piazza, alla ricerca delle immagini che la tivù aveva appena trasmesso in uno sgranato bianconero. C’era stata un’esplosione e i giornalisti parlavano di una bomba, ma era una caldaia. Due dipendenti ventenni persero la vita e un terzo fu gravemente ferito.

Ora, ho un certo peso sullo stomaco a pensare che un pezzo così importante della nostra storia abbia il destino segnato. Da quando è cambiata la classificazione sismica di Mondovì, pare impossibile qualsiasi recupero: servono 5 milioni solo per tale adeguamento. Altrettanti per farne una scuola. Con tutte le grane connesse all’intervenire su uno stabile vincolato.

Sul punto, mi pongo da anni una domanda a cui io per primo non so dare risposta convinta: perché quando nel dicembre 2008 ci si è trasferiti nel nuovo ospedale Regina Montis Regalis non si è occupato subito il Santa Croce?

All’ambizioso progetto del nuovo ospedale, la cui primordiale gestazione risale proprio agli anni ’90, perché non è stato affiancato ad un altrettanto lungimirante piano di riutilizzo degli stabili ex ospedalieri di Piazza?

Forse la risposta è banale: non ci si è pensato. Tanta la goj di avere un ospedale nuovo, che ci si è dimenticati del vecchio. Non credo sia malafede, solo il frutto di poca “visione periferica”. Capita ai portieri, quando si concentrano sull’azione davanti a loro e dimenticano di sorvegliare il primo palo.

Metafore calcistiche a parte, peccato, davvero. Perché se trasferiti i pazienti, si fossero riempiti subito i locali, Piazza avrebbe oggi un problema in meno e una risorsa in più.

Se ne parlò anche in Consiglio Comunale, a dire il vero, ma la proposta fu un fuoco di paglia alimentato, forse neppure così convintamente, da qualche consigliere di opposizione.

Così, quando nel 2009-2010 si incominciarono a muovere i primi passi amministrativi per il futuro del padiglione settecentesco si era già fuori tempo massimo.

Alla domanda senza (quasi) risposta si affianca allora una sensazione: dovevamo pensarci prima e, magari, pensare pure alla soluzione più semplice e immediata.

Ora, probabilmente, è tardi: certo, è più difficile.

Erodoto scriveva che ben poche cose accadono nel momento giusto e il resto non accade affatto. Adesso capisco perché il “Gallo” è così fisicamente vicino al Liceo Classico.

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