Cocci nostri

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o visitato ieri la suggestiva mostra dedicata alla Richard-Ginori, la “Mirabile Industria” che mise radici anche al Follone di Mondovì Carassone.

Sono nipote di un operaio ceramista che ha desinato in stoviglie “Richard” per tutta la giovinezza e questo non faceva che aumentare l’interesse per l’inedita iniziativa del Museo della Ceramica di Mondovì.

Nel merito, gradevoli e preziosi pezzi, significativo, poi, il ritorno in città di questo storico marchio.

Nel metodo, invece, un piccolo suggerimento: perché far pagare il biglietto intero a bambini e adolescenti? Non è questione di denari, ma di principio.

Se non invogliamo, se non agevoliamo, se non “seminiamo” sulle famiglie e sulle nuove generazioni, come pensiamo che gli adulti di domani maturino la voglia e l’interesse per visitare un museo?

Sono certo che, in futuro, anche a Mondovì si saprà valorizzare tale profilo, ma non è di questo che voglio scrivere.

La parabola della Richard-Ginori

Piuttosto, mi piace ricordare la parabola (triste) della Richard-Ginori a Mondovì e, con essa, della ceramica monregalese.

Un fiore all’occhiello, che, poi, con l’avvento dei beni di consumo – col boom delle materie plastiche – con l’apertura alla produzione “di massa”, spesso proveniente dall’oriente, ha perso smalto.

E non è solo una metafora, perché, Mondovì, in 30 anni – dal ’70 ai primi 2000 – ha pian piano abdicato ad un ruolo da protagonista come Città della Ceramica.

Ricordo bene le ultime vicissitudini giudiziarie della vecchia Besio, che oggi rivive – come marchio – in un romantico laboratorio non lontano dal una altra fornace cittadina che cuoce mattoni.

La stessa Richard ha alimentato le fornaci di Carassone dal 1896 al 1972, anno in cui la fabbrica chiuso e le maestranze, tra cui mio nonno furono da subito e fortunatamente riconvertite in operai metalmeccanici, nelle neo-insediata Valeo.

Negli anni si è mosso qualcosa, anche di importante, come il bel Museo della Ceramica, mentre l’iniziativa – lodevole ma effimera – delle Botteghe di Piazza, s’è spenta col tempo e col venir meno dei fondi.

Anche la Mostra dell’Artigianato, da sempre legata alla tradizione ceramica, oggi sembra in cerca di una vocazione forte.

Una tradizione secolare

Augusto Richard sbarcò a Mondovì, da Milano, a fine ‘800, acquistando la fabbrica a piè d’Ellero di Felice Musso. Vi investì quattrini e, soprattutto, organizzò come industria moderna, attuando una parcellizzazione delle mansioni ed impiegando anche i ragazzini – si stima fossero il 10% degli occupati – i quali potevano lavorare dai 12 anni.

Una “catena” efficiente, che consentiva di tener testa alle tante ceramiche prodotte in zona e non solo.

Si pensi che, solo a Carassone, in via Nuova, ce n’erano altre due: la Edoardo Barberis dapprima, La Vittoria poi, attiva, questa, fino agli anni ’30.

Infine, la grande Besio, fino all’inizio degli anni ’80, in corso Statuto e la Beltrandi del Borgato.

Da bambino, ricordo i manifesti del circo appesi sui muraglioni della manifattura che fu di Marco Levi e che segnava il corso di Piandellavalle, proprio dove ora sorge l’omonima area commerciale.

Mondovì era i suoi galli variopinti e i suoi fiori delicati, ma fuori porta altri cuocevano stoviglie e non solo. La villanovese Silvestrini-Pianetta, operativa fino ad inizio anni ’80 o della Gribaudi poi Moline, nella omonima frazione vicese sul Corsaglia, attiva fino al 1968.

La fine del “Follone”

Con l’addio alla Richard-Ginori – anno 1972 – la ceramica del Belvedere risuonava il de profundis.

La fine del Follone dei ceramisti era passata attraverso il mortifero abbraccio tra la manifattura italiana e la “cattiva” finanza. Uno strano incrocio, che portò il marchio in diverse mani, tra banchieri e immobliaristi, primo tra tutti quello della Finanziaria Sviluppo di Michele Sindona. Un piano inclinato lungo 4 decenni, fino alla chiusura dell’ultimo baluardo: quello stabilimento Ginori di Sesto Fiorentino che ha serrato i battenti dopo 250 compleanni, quasi due lustri fa.

La plastica e il dumping

Ma io credo vi sia di più. Nel 2006, la Bormioli, che per un anno aveva detenuto il marchio, aveva tentato di rilanciarlo, portandolo nei supermercati e trasferendo la produzione di queste linee “entry-level” all’estero.

Nulla di fatto. Impossibile recuperare terreno. Ho letto da qualche parte che il 65% delle stoviglie da tavola in ceramica e porcellana sul mercato europeo sono di provenienza cinese, con un prezzo inferiore di circa il 70% rispetto ad altri paesi esportatori.

Lo chiamano “dumping”: mamma Europa ha introdotto dazi, ma la procedura è complessa e le gabelle con efficacia da dimostrare, sperando di non finire come quel fattore che chiuse la stalla con i buoi scappati da un pezzo.

Forse abbiamo imparato poco o nulla in quarant’anni.

Ancora una volta ci resteranno i cocci da raccogliere.

A Mondovì, a Sesto Fiorentino e chissà dove, la prossima.

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