Il ponte dei misteri
Senza scomodare le telecamere di Voyager o altri programmi che cavalcano il crescente interesse verso l’arcano, basta fare due passi tra i boschi delle nostre valli per scoprire antiche vie, pietre millenarie e misteri che si perdono nei secoli.
E’ il caso del ponte di pietra su rio Roburentello, ai piedi di Roà Marenca, in località Cava di Gneiss-Pradera. Raggiungerlo non è facile e anche solo sostare nei paraggi del ponte può essere pericoloso per via delle sua malandate condizioni. Occorre scendere, muniti di robuste pedule, ben oltre l’ultima casa della borgata di Montaldo, per seguire un impegnativo sentiero che conduce sulla riva sabbiosa del torrente. Meglio chiedere e non improvvisare. Col tratturo che si nasconde a tratti tra rovi e felci, occorrono orecchio e ‘gamba’ per calarsi nei boschi cedui e lasciarsi guidare dallo scroscio dell’acqua. Giunti a valle, pochi passi risalendo Roburentello e, nascosta tra le frasche, compare la sagoma, provata dal tempo, del ponte.
Quell’arco di pietre che sta su per miracolo
Un arco di pietre incastrate che pare star su per miracolo. L’ultima alluvione ne ha minato duramente la struttura sul lato destro orografico, dove la corrente in piena si è fatta particolarmente violenta. Questa testimonianza di pietra sta lentamente perdendo i pezzi e non pare troppo salutare transitarvi sopra o sotto: meglio ammirarla a distanza. Per la vulgata si tratterebbe di un ponte romano. Possibile, ma difficile da provare. Non a caso, Luciano Michelotti, scrivendo nel 2012 di “antiche vie nelle Valli di Vico, Corsaglia, Casotto e Roburentello”, lo attesta come ponte romano “salvo miglior giudizio di esperti”. E qui sta il mistero.
Un’area popolata già nell’anno Mille
E’ davvero romano il ponte di Roburentello? Sicuramente era già lì nella metà dell’800 quando Goffredo Casalis lo elencava nel Dizionario geografico storico-statistico-commerciale degli Stati di Sua Maestà il Re di Sardegna. Dobbiamo però fare un bel salto all’indietro, per provare a rispondere all’interrogativo. Siamo nel 1041, quando proprio in zona Roà Marenca, sul collegamento tra Montaldo e Torre, esisteva un “romitorio”, ovvero un eremo, un luogo di eremitaggio e poco più. Il nome Montaldo compare infatti per la prima volta intorno all’anno Mille, su un documento dell’imperatore germanico Enrico III che cita proprio il “Romitorio di S. Ambrogio detto di Montaldo”.
Da allora, l’insediamento montaldese si è ampliato grazie anche ai disboscamenti finalizzati alla progressiva agrarizzazione. Esisteva già allora il ponte di Roburentello? Difficile dirlo. Nella monografia “Montaldo di Mondovì. Un insediamento protostorico. Un castello”, a cura di Egle Micheletto e Marica Venturino Gambari, opera edita nel 1991, si effigia solo il ponte di epoca medievale sul torrente Corsaglia. E’ l’attraversamento in pietra a tre arcate in località Oberti, che risale al XV secolo. Nulla di particolare si dice di Roburentello.
L’altro ponte, quello medievale degli Oberti
Il ponte medievale degli Oberti è citato anche nel documento di Valutazione archeologica preventiva che accompagna il progetto di impianto idroelettrico sul torrente Corsaglia del maggio 2014, curato da Anna Gattiglia e Laura Vaschetti. L’aspetto più interessante, però, riguarda la toponomastica del luogo: nelle immediate vicinanze del ponte degli Oberti vi è infatti una “via ponte Romano”. Ecco, dunque, un pesante indizio di quanto potrebbe valere per l’attraversamento di Roburentello: quest’ultimo, come il “gemello” degli Oberti sarebbe opera medievale, comunemente conosciuta però come romana. Del resto, la romanizzazione del Monregalese – che era una subregione della Regio IX Liguria posta ai margini di Bene Vagienna (l’Augusta Bagiennorum fondata negli ultimi decenni del I secolo a.C.) – è stata un processo lento e tardivo. Secondo l’analisi delle archeologhe Gattiglia e Vaschetti, fonti storiche e dati archeologici concordano nel descrivere una occupazione romana delle nostre valli diffusa, ma discontinua.
I ritrovamenti romani, purtroppo, non appaiono sufficienti, né storicamente continui, per ricostruire con accettabile grado di probabilità la distribuzione e la tipologia dei villaggi, dei percorsi stradali e degli itinerari che interessavano il monregalese. Il maggior supporto, in proposito, viene dalle 16 epigrafi, ovvero iscrizioni su marmo o pietra che risalgono per lo più entro il I secolo d.C., rinvenute tra Briaglia, Vicoforte, Monastero, Torre e, soprattutto, Montaldo.
La tribù Publilia di val Corsaglia collegata ad Albenga
Queste antiche incisioni (in genere conservate in edifici di culto) tracciano i confini dei nostri antenati. Nino Lamboglia, che nel 1933 curò la Topografia storica dell’Ingaunia nell’antichità, scrive che il Monregalese romano era sostanzialmente diviso in due “tribù”. La tribù Publilia, presente in val Corsaglia (vallis Causalia), a Montaldo e a Torre Mondovì, e quella Camilia, localizzata nell’attuale area di Mondovì e Vicoforte. Mentre quest’ultima sembrava far capo capo al Cebano o ad Augusta Bagiennorum, quella Publilia di Val Corsaglia, era probabilmente collegata al municipio di Albingaunum, la romana Albenga. Delle 16 epigrafi monregalesi, due, molto importanti anche per chiarire l’attribuzione romana del ponte di Roburentello, si trovano proprio a Roà Marenca. Entrambe sono custodite nella Cappella di San Rocco: una venne scoperta nel 1958, l’altra sembra provenire proprio dal perduto romitorio di Sant’Ambrogio ed era nota già nel XVIII Secolo.
Il ponte di Roburentello e la Roa Marenca
Non a caso Roà Marenca è ritenuta il primo e più antico nucleo di Montaldo di Mondovì, fondato in età romana lungo una via di comunicazione con la costa ligure, come lascia trasparire anche l’etimologia (marenca = del mare, marittima).
Era dunque il ponte di Roburentello un prezioso attraversamento del rio già nel I secolo d.C. lungo la via del mare? O forse quello che vediamo oggi è un ponte medievale eretto sulle antiche vestigia romane?








