Il biondino d’oro che stregò l’Altipiano
L’inglese vale una spanna più di tutti noialtri…
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o letto da qualche parte che “Quando il tempo si arresta diventa luogo”.Passare dalle parti dello stadio oggi dedicato a Piero Gasco sull’Altipiano di Mondovì smuove in me ricordi e fantasie.
E’ uno scorcio ricco di storia sportiva e, per chi ha dato qualche calcio al pallone in questa città, di suggestione.
A me, per esempio, colpisce pensare che quel campo, oggi molto più bello di quando ero bambino, fu calcato dai piedi preziosi di un pallone d’oro.
Concepire un Messi o un Ronaldo, che dribblano su prati di periferia, nel mezzo del nulla, è pura fantascienza.
Non era così, però, in quel lontano 1962, quando Dennis Law, il terzo dell’attacco del Manchester United di Matt Busby, con George Best e Bobby Charlton, vestiva la maglia del Torino.
Con lui, gente come Bearzot e Rosato, Crippa e Ferrini, quest’ultimo, per la cronaca, assente ai piedi del Belvedere perché recluta fresca di CAR.
Una partita memorabile per Mondovì
Quel 14 agosto il Toro vince 9-0 con l’U.S. Carassonese, ma gli occhi delle tribune di legno del “Gasco” – che allora ancora noto come il campo ex G.I.L. – sono tutti per il 10 biondino venuto dalla terra d’Albione.
“Law non segna ma entusiasma“, titola Stampa Sera, col cronista galvanizzato dal fatto che il mezzo destro inglese – in realtà era nato in Scozia – sia stato il migliore in campo, insieme al giovane portiere dei monregalesi, un torinese, tale Fasano.
Quel 14 agosto, Law è all’attacco a fiancheggiare l’altro britannico, Joe Baker – compagno di squadra, di golf e di bevute – ed a completare i passaggi di tale Giammarinaro, il ragazzino a cui avevano messo addosso la 10 di Mazzola nella pima partita dopo Superga, in quel tragico campionato 1948-49.
Sono in tremilacinquecento gli sportivi accorsi a Mondovì per la amichevole ferragostana.
Fatico a pensarne così tanti, stipati nella stretta tribuna o assiepati contro le reti del bordo campo.
L’attuale tribuna-spogliatoio di cemento armato è di lì da venire e il prato verde, per la verità dalla zolle incerte, stinge nel grigio della terra battuta fino al muro di mattoni rossi. Quello, sì sopravvissuto.
Tutt’intorno, ben pochi palazzi e tanta campagna, segnata dalle bealere e dai campi di meliga.
Là in mezzo, sotto gli occhi di tutti, il ragazzo di Aberdeen.
Tecnico, mobile, resistente…
Law è uno di quegli assi dello sport che passa dalla scena alla platea, colmando tutta la distanza, fisica e non, che lo separa da chi lo sta a guardare.
Del Ballon d’Or 1964 e capocannoniere della Coppa Campioni 1968, i monregalesi notano l’apparente fragilità nel fisico, in contrapposizione con la decisione che esprime in partita.
“Si presenta col sorriso timido sulle labbra e poi in gara sa farsi rispettare – scrive ancora Stampa Sera -, impiegando una decisione mista a quella punta di petulanza che 10 rende simpatico ai tifosi”.
“Tecnico, mobile, resistente”, sono i commenti di certi signori venuti da Torino, col camiciotto di lino e gli occhiali a tartaruga, mentre quella chioma biondo-grano spicca in tutti gli angoli del prato.
“Era dappertutto”, così rimarcano i suoi avversari di una partita, trafelati dopo averlo rincorso per 90’.
Ecco, quelli della Carassonese: ragazzi, per la verità, venuti quasi tutti da fuori Mondovì e prestati al pallone dopo una settimana di lavoro al tornio o da fattorino.
A proposito di lavoro, quello sbrigato dal biondino è sorprendente.
Alla fine, Dennis non è neppure troppo stanco; quasi vorrebbe ricominciare, inebriato dagli applausi affettuosi che i sostenitori gli tributano quando accarezza il football.
Gerbaudo, un torinese rientrato dal prestito al Cagliari e determinato a fare ora una buona stagione nella sua città, taglia corto coi giornalisti: “L’inglese vale una spanna più di tutti noialtri”.
In effetti, Law è salutato così a Mondovì: un po’ più bravo dei suoi colleghi.
Non a caso, metà dei palloni finiti nella rete verso il Mondolé, trovano nel suo destro lo slancio iniziale.
Onore ai Grigiorossi (in bianco)
Ah… la Carassonese? Una squadra del torneo dilettanti di prima categoria, bene preparata da mister Cattaneo, non poteva, per quanto brava, impegnare molto i blasonati avversari.
Eppure i bianchi (la divisa grigiorossa si confondeva col granata) di Mondovì si sono difesi con molto impegno, non esitando addirittura ad intercettare il pallone con le mani per fermare sul nascere certi lanci di Bearzot.
Nella ripresa, poi, il diciottenne portiere Fasano sfodera tali e tanti interventi da far sbalordire Baker, il quale non solo gli fa i complimenti, ma lo accompagna, mano sulla spalla, verso gli spogliatoi, che all’epoca erano ancora a fianco della Scuola Media, nella odierna via Matteotti.
Tanto conta solo lui. Dennis.
Le sette giornate… di Torino
E Dennis è stato la disperazione dei fotografi per tutto il match.
Sperano nel goal del migliore in campo, ma devono attendere il termine della doccia per averlo, celebrarlo, immortalarlo.
Parlarono dell’Inghilterra e del vino italiano e di quelle sette giornate di squalifica che la FA gli aveva rifilato a fine campionato. S-e-t-t-e, che mai avrai mai combinato Dennis?!
“It’s not my fault”, ripete il biondo, scherzando con quel giornalista che gli accende la sigaretta… “Hanno calcato la mano perché si trasferiva in Italia…” aggiunge un dirigente, ammiccando al suo campione.
Un ultimo tiro, un gesto rapido per sistemarsi la borsa di pelle sulla spalla.
I prati dell’Altipiano, il sole bollente di Agosto, lui “The King” che si infila una mano nella zazzera bionda e saluta prima di sparire nel torpedone.
Tutt’attorno campi di meliga e bealere, strade bianche alla Coppi e folle osannanti.
Manca solo Paolo Conte a raccontare, con la voce roca e gli accordi di settima maggiore, quelle disincantate ironie, quelle solitudini camuffate.








