Inverno
Non è facile camminare nella neve. E’ uno di quegli esercizi che unisce equilibrio e costanza: quasi una metafora di vita.
P
rimo: allacciare bene gli scarponi.Mi piace indossare i più vecchi che ho: quelli marroni. Mi piace far correre il laccio tra occhielli e ganci, sfiorare la pelle ancora unta e, infine, serrare stretto sulla tibia.
E’ il segnale di partenza.
Camminare nella neve. Camminare alla ricerca di un altrove che sa già di scoperta.
Scendo giù verso la pianura, oltre la ferrovia.
Campi ammantati, bealere, stoppie. Una legnaia rifugio per qualche gatto.
La tentazione di lasciare lo stradone per impossessarmi di quel manto intonso è forte e, prima di interrogarmi sul luogo più comodo per calarmi, ho già la neve quasi al ginocchio.
Infilo un passo dopo l’altro. Fatico. La neve è ghiacciata in superfice, ma il mio peso sfonda il cristallo e, in un “crac”, il fondo si consolida sotto le suole.
Non è facile camminare nella neve. E’ uno di quegli esercizi che unisce equilibrio e costanza: quasi una metafora di vita.
Salto un fosso. Le bealere e le rogge sono ancora gelate. Diffido dai loro cigli: sulle sponde la mota cristallizzata è umida e cedevole, ma la voglia di esplorare mi spinge oltre.
Calpesto il mio foglio bianco e mi sembra di scrivere. Affianco i binari della ferrovia, che spuntano appena tra ramaglie e cumuli. Lontano, verso il fiume, grandi roveri, gli ontani e i pioppi della Riserva fanno capolino.
I rami disegnano architetture ardite, come cattedrali austere.
Il sole d’inverno illumina, ma non sacalda.
Lo dice il mio fiato che sbuffa oltre il naso, mentre imbocco un altro sentiero. Fatico a regolare la marcia. Solo i solchi della carrareccia, più bassi del manto, mi guidano.
Ancora acque gelide dei canali. Montagne bianche-azzurre-grigie sullo sfondo. Silenzio rotto dai gorgoglii.
Provo ad orientarmi, a capire dove mi porti quel cammino.
Sono due ore che i miei scarponi calpestano l’inverno.
Ormai il sole sfiora le vette, dipingendo di rosso l’orizzonte.
E mentre il tramonto mi invita a cercar la strada di casa, scopro l’ennesimo viottolo.
Una lingua di neve che si infila sotto una volta di rami scheletrici e intrecciati.
E’ la mia prospettiva Nevskij oltre le mura: quella che porta il cuore a cercare l’alba nell’imbrunire.












