Una vita a metà
F
acevo in casa questa riflessione: la nostra vita ormai funziona a metà. Questo virus, infatti, ci sta trasformando in letargici plantigradi. Come grossi orsi, con la bella stagione, siamo i re della montagna.Viviamo in estate una esistenza per lo più normale: la solita o quasi, in cui dominiamo il nostro habitat. Poi, con l’avvento dell’autunno e del’inverno, ci costringono a dimezzare progressivamente le nostre attività, fino, magari, a rinchiuderci in casa, in attesa di giorni migliori (anche climatici).
Questo il singolare destino del nostro tempo: vivere una vita a metà. Con i tradizionali bubù di ottobre, novembre, dicembre… tutto si fa più difficile (e lo sapevamo): basta qualche colpo di tosse e un paio di linee di febbre – roba, per intenderci, a cui non avremmo prestato alcuna attenzione – per scatenare i sospetti più nefasti e magari condannarci all’isolamento, al girone dantesco dei tamponati o, come successo a un mio conoscente a trovarsi la task force con la tuta nbc per le scale di casa.
Ora, non ho alcuna competenza per dire che tutto questo non sia in qualche modo necessario e credo, anzi, che il virus vada maneggiato con la massima cautela, come, mi pare, si provi a fare.
Fatta tanta premessa, non rinuncio però a una obiettiva presa d’atto. Viviamo solo più da maggio a settembre, quando si sta all’aria aperta e ci si ammala di rado. Spiace. Non tanto per me, che ho avuto in sorte di godermi una giovinezza spensierata, quanto per i nostri bambini e ragazzi che si perdono una fetta importantissima della loro crescita.
Non mi riferisco solo alla possibilità di muoversi e vedere il mondo, ma al quotidiano più ordinario. Perfino farsi interrogare a scuola oppure dare un calcio al pallone sono diventate variabili impazzite, in questa inedita stagione… che stagione non sente. Non parliamo di uscire con la morosa o fare una festina tra amichetti.
Perché le nostre vite sono cambiate così tanto e così velocemente? A volte per un bene superiore vanno affrontati impegnativi sacrifici.
Vero, ma questa illusorio affidamento rischia di trasformarsi in una cambiale in bianco: io non so davvero se e come i sacrifici di oggi andranno all’incasso domani e, soprattutto, quale saldo avrà il nostro conto personalissimo: quello degli affetti, delle relazioni sociali, quello della vita vissuta. Non vorrei che tutto quello che abbiamo da dare e ricevere stia morendo lentamente, come una pianta che abbiamo smesso di innaffiare.









