Asfalti provocanti

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Tangenziale di Mondovì: utile incompiuta o inutile compiuta?

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er me, la tangenziale di Mondovì è associata a un buffet sotto un ponte. Non fraintendete: parlo proprio di quei pantagruelici banchetti con ogni sorta di pietanza, bollicine a volontà, sorrisi e strette di mano. Fatto dove? Sotto le arcate di cemento armato. Quelle che dall’ospedale (che allora non esisteva ancora) portano nelle campagne del Merlo. Era giugno del 2004, faceva un caldo sahariano che l’asfalto nero, intonso, quasi bolliva.
C’erano le maestranze in giallo fluo, amministratori e politici d’ogni colore, tra cui ricordo bene l’On. Martinat, torinese, all’epoca vice del ministro, credo Lunardi. Lo guardavo a distanza: di lui avevo letto che era stato stretto collaboratore di Almirante, in più era il più alto in grado dei presenti e tanto bastava per destare in me una certa curiosità giovanile, temperata però da un velo di metus.

Una storia iniziata nel 2004

Il primo tronco del lotto 2 andava dallo svincolo di via Cuneo, fino a San Rocchetto e doveva inizialmente servire soprattutto i camion che lavoravano alla costruzione dell’ospedale. Venne aperto al traffico solo a settembre di quell’anno, a distanza di qualche mese da quella singolare bicchierata.
Tre anni dopo, nel 2007, il secondo tronco fu ultimato, esattamente come lo percorriamo oggi dall’ospedale fino alla rotonda del Beila. Da quel momento, il tempo si è fermato, ovvero: zero asfalto, ma mille ipotesi, frutto di multiforme ingegno. Ne ricordo due puramente esemplificative: il ponte sull’Ermena, all’Annunziata, con l’ “aggancio” alla strada di Niere e, quella ben più risalente, parliamo forse di anni ’80, che vedeva un qualche utilizzo della Provinciale per Monastero.

Tanti progetti, poi un assordante silenzio

Me la spiegò bene Elio Tomatis, regalandomi anche uno schizzo che disegnò sul vecchio tavolone dell’Ordine degli Avvocati, nelle “segrete” di via Vasco. Mi spiegò anche che quell’ipotesi fu – comprensibilmente – mal digerita da Monastero e perciò mai sviluppata.
Quale fosse l’idea, Roma faceva più o meno sempre spallucce. Ad un certo punto – le mie note citano il Contratto di Programma 2007-2011 – ogni traccia di stanziamento sparì addirittura dai radar ministeriali e Mondovì intonò il de profundis.
E’ però di queste ore la notizia che, finalmente, nella città eterna qualcosa ha ripreso a muoversi: se mal non ho letto, si riparla di “bucare” San Lorenzo, per andare dal Beila alla S.S. 28, altezza via della Galla o giù di lì. Costo: cento milioni di euro (ai miei tempi si parlava di 50/60 mila). Presentazione: online alla cittadinanza, nei giorni prossimi.
Evviva! Finalmente Roma si ricorda di Mondovì e ciò non può che farci contenti. C’è però una piccola riflessione/provocazione che vorrei sottoporvi.

Servirà ancora il terzo lotto?

Partiamo da una domanda, posta volutamente per far strabuzzare gli occhi a qualcuno: “Serve ancora la tangenziale di Mondovì?”.
Detta così, io non avrei dubbi: “Sì!!!!!!”, urlato come si faceva con “Loooogiuro!!!!” quando diventavamo da reclute a soldati.
Un attimo, però. Ricordo il giorno in cui il sindaco Rabbia, mi invitò alla finestra del Comune, spiegandomi come avesse calcolato il numero di mezzi che quotidianamente gli transitavano sotto il naso. Era il cosiddetto traffico “parassitario” tra nord e sud Piemonte, da e per la Liguria. Veicoli che inquinavano senza portare beneficio per la comunità, ma che avrebbero traslocato altrove grazie proprio al terzo lotto della tangenziale. Il sindaco “che amava i numeri”, calcolatrice in mano, mi fece anche il conto: più o meno 20/30 auto al minuto, 1.200/1.800 all’ora: 12.000/18.000 al giorno. Storia di una quindicina (almeno) di anni fa.
Quante cose sono cambiate da allora?
Un mondo. Anzi: un universo solo negli ultimi 6 mesi e, purtroppo, temo che le cose siano ancora ben in divenire. Qui, mi ri-scatta la domanda di cui sopra, che, a ben vedere, andrebbe declinata al futuro: “Mondovì avrà ancora bisogno della tangenziale, come ne aveva 20 anni fa?”.
Ci vorrebbe la sfera di cristallo, per predire se un’opera abbia il destino segnato: da utile incompiuta a inutile compiuta.
Però.
Però, possiamo permetterci una riflessione.

Troppo tempo tra pensare e realizzare un’opera

Il divario – il “delta” – tra pensare un’infrastruttura e realizzarla, nel nostro paese è enorme: quasi epocale. Venti, trent’anni. L’effetto qual è: essa viene ideata, magari progettata sotto uno stellone e inaugurata quando il firmamento è completamente cambiato.
A Mondovì, per esempio: l’ospedale è stato ipotizzato negli anni ’80/90, ultimato nei primi anni 2000. Vivaddio che c’è, ma il panorama della Sanità cuneese è cambiato mille volte nel mentre.
Così, si finisce in un’impegnativa corsa e rincorsa per dare un senso, una vocazione – gli atti ufficiali la chiamano “ottimizzazione” – a cose che, se si potessero fare prima, si farebbero, forse, in modo diverso.
Ovvio, si parla di lavori per decine e decine di milioni di euro, è impensabile che tutto possa esaurirsi in uno schiocco di bacchetta (magica).
Proprio per questo, il punto su cui vorrei concentrarmi non è tanto la “lungaggine” in sé, bensì la presa di coscienza di detta “lungaggine”.
Mi spiego: quante e quali domande ci stiamo facendo su quello che suona come l’investimento del secolo?

Come sarà Mondovì tra 5 anni?

Abbiamo pensato seriamente a quello che sarà Mondovì tra 4/5 anni, forse ce ne vorranno anche di più per fare strada e tunnel? Cosa ne sarà di corso Statuto: contare le macchine avrà ancora un senso? I bus degli studenti lo ingolferanno ancora? Il tessuto economico cambierà? E come?
Ecco, credo sia giusto guardare qualche centimetro avanti, oltre i pur comprensibili entusiasmi del momento.
A questo servono i punti interrogativi. Sono certo che ai nostri amministratori non saranno sfuggite queste sfumature e auguro loro, di cuore, di trovare risposte, meglio se azzeccate.
Poi, tra dettaglio ed essenziale, prevarrà giustamente quest’ultimo, ma il bene di tutti potrà darcelo solo un briciolo di virtù previdente.

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