Il capitano e il Colonnello
Quelli che fanno il bene e non lo dicono e che le medaglie ce le hanno sul cuore e non appuntate al bavero…
I
n questi giorni ricorrono due anniversari apparentemente lontani e disomogenei: uno in mezzo al mare, un altro tra la neve.Mi è capitato, qualche tempo fa, di assistere ad uno dei tanti documentari sul decennale del disastro di Costa Concordia. Una trasmissione in inglese e girata, probabilmente, da autori anglosassoni.
Cosa mi ha trattenuto più del dovuto su quel canale?
Risposta: l’ossessivo indugiare del servizio sulle manchevolezze degli Italiani, a cominciare dalle decisioni scellerate del capitano della nave.
Il capitano della Concordia era elevato ad esempio del pressapochismo italiano, degli stereotipi, della tendenza a sistemare le cose “come che sia”, ma anche del gergo informale, del “Madonna, what have I done?” e del “Torni a bordo c….zo!”.
Ne usciva un’immagine della marineria del Belpaese da macchietta, quasi che l’esecrato comandante fosse uno dei tanti e quasi a dimenticarsi che, nelle gestione dei sinistri in mare, i sudditi di Sua Maestà non hanno granché di cui vantarsi. Ma questa è un’altra storia, che mi porterebbe, inevitabilmente, a generalizzare.
Proprio questo non voglio fare e, anzi, vorrei davvero evitare di fare – come quelli – di tutt’una erba un fascio.
Quasi intuitivamente – mentre mi arrabbiavo con gli Inglesi – mi tornava alla mente una storia che mi raccontò mio nonno e che ha per soggetto non un Capitano, bensì un Colonnello.
Anzi, un Tenente colonnello della Divisione Cuneense, che nonno riteneva medico, anche se medico non era.
Quando 79 anni fa oggi, mio nonno prese la strada del ritorno da Annovka verso ovest, nella speranza di evitare la morsa che l’Armata Rossa stava chiudendo le truppe italiane sul Fronte Russo, si imbatté nel Colonnello Giuseppe Mulattieri, di Viola, ufficiale responsabile del Personale della Divisione “Martire” in terra di Russia.
Lo conosceva bene, non solo perché quasi suo paesano, ma soprattutto perché Mulattieri era, per quei soldati-contadini di vent’anni, una figura paterna, forte – oltre che di controspallina e paramano – dei suoi 49 anni e del titolo accademico, la Laurea in Giurisprudenza conseguita all’Università di Torino durante il Primo conflitto.
Non un ufficiale da cui guardarsi le spalle, ma un saggio consigliere a cui confidare malanni, amori, malinconie.
Una sera – mi raccontò nonno – una sentinella rischiò di fargli un buco in fronte per non aver riportato la parola d’ordine al rientro da un visita, che il dottor Mulattieri faceva anche ai civili delle isbe, dispensando suggerimenti e conforto per lenire quelle povere esistenze.
Ecco, nonno mi disse che insistette moltissimo nel prenderlo con lui e nell’accompagnarlo nel ripiegamento. Quasi lo supplicò.
Avevano grappa, zucchero e una mula ancora forte. Ce l’avrebbero fatta. Dal Colonnello ottenne solo ferrei, marziali “no”: “Mi dispiace, ma non posso abbandonare i miei malati e i miei feriti qui”.
Restò là, il dottor Giuseppe Mulattieri, nato a Viola il 28 dicembre 1893, figlio di Giovanni Battista e deceduto sul treno che lo portava nel campo di prigionia di Oranki il 10 marzo 1943, due mesi dopo aver salutato, con una stretta di mano riconoscente, mio nonno.
Mercoledì scorso, in una breve pausa dall’udienza, sono uscito per riscaldarmi un po’ al sole nei Giardini Fresia di Cuneo, proprio alle spalle del Tribunale.
Tra gli abeti, c’è un possente monumento in marmo nero dedicato ai Caduti.
Sembrerà un caso, ma tra i primi nomi che vi ho scorto c’era proprio “Mulattieri Gius. – Ten. Col.”.
“Lo conosco”, è stata la prima reazione.
“Devo scrivere”, la seconda.
Per dire cosa?
Che non siamo tutti Schettino. Che ci sono ancora i Mulattieri in giro.
Quelli che fanno il bene e non lo dicono e che le medaglie ce le hanno sul cuore e non appuntate al bavero.








Diego Naso
Maggio 19, 2022Un ringraziamento per aver ricordato con delicatezza e intensità la figura del Ten Col Mulattieri. Brecht sosteneva la beatitudine della patria che non abbisognasse di eroi. I nostri tempi invece necessitano il ricordo di simili eroi del quotidiano, maggiormente votati alla concretezza delle azioni che non a fini disquisizioni teoriche. Mai come oggi si avverte il bisogno di questi esempi edificanti. Grazie
borgo
Maggio 20, 2022Grazie a Lei per il riscontro e la apprezzata riflessione.