Lettera, anzi, racconto per G.

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Amavo la sua officina: un luogo ucronico, dove l’odore inebriante delle vernici e le ventole, ferme da una vita, rallentavano i discorsi, consegnandomene l’essenza.

C

’è una canzone, malinconica, di Ligabue che si intitola proprio così: Lettera a G.

Io, a G., non ho mai scritto lettere, ma un breve racconto, sì.

Chi ha letto Iskander, ricorderà forse “Rivetti e mazzate”, il cui protagonista era proprio G., il mio carrozziere di fiducia.

Una persona di altri tempi, una persona per bene, che apparteneva alla generazione abituata ad aggiustare le cose che si guastavano. “Il dottore incapace ammazza l’asino vecchio”, diceva.

Aggiuistare oggi è un verbo che non va più di moda: troppo faticoso, troppo lento. Richiede abilità, ingegno. Meglio sostiuire con un pezzo nuovo, da scartare e piazzare di corsa.

Amavo la sua officina: un luogo ucronico, dove l’odore inebriante delle vernici e le ventole, ferme da una vita, rallentavano i discorsi, consegnandomene l’essenza.

Ogni visita era occasione per scambiare qualche parola e, magari, maledire qualche cane grosso. Mi raccontava storie di cambiali da scontare al Banco Levi o di Val Corsaglia o, ancora, del Vajont, dove aveva scavato a mani nude nel fango, quando era militare a Paluzza.

Il Covid si è portato via anche G. “Il destino ha la sua puntualità“, canterebbe Ligabue.

Con G. se ne vanno un po’ di immagini e parole, che oggi sono soddisfatto di aver tessuto in quelle poche righe.

“… c‘è del filosofico in G., montanaro delle nostre valli, testardo e fine di ragionamento. Tutte le mattine, da quando era giovanotto, compra il giornale e non inizia la giornata lavorativa senza aver letto le storie del mondo. Lo fa in un ripostiglio a lato del magazzino. 

L’unico ambiente luminoso di quelle parti. È pieno di vecchie fatture, di timbri stinti, vi fa bella mostra persino un telefono grigio della Sip, oltre alla fisarmonica, che ama ancora accarezzare dopo pranzo.

Un microcosmo animato da un disordine ordinato… almeno per chi lo custodisce.

Se hai la fortuna di entrarci mentre G. sta leggendo, puoi assistere persino a una tribuna politica.

Quando ero ragazzino, gli ho sentito dispensare commenti al vetriolo su Arafat e Gorbaciov, sul pentapartito o la malagiustizia e ancor oggi ama apostrofare i protagonisti delle cronache nazionali, rei di avergli fatto pagare un salasso di contributi e imposte, prima di congedarlo con una esigua pensione.

Tutto, ovviamente intercalato dalle indispensabili imprecazioni in vernacolo. Mica che ce l’abbia davvero con la Vergine Maria, per carità… quella, anzi, veglia benevola sul suo lavoro, appesa al muro con tanto di ramo d’olivo!

È che ogni tanto gli piace pungolarla un po’, forse per sentirsela più vicina nel suo leggere e patire dei mali del mondo…

Batteva lamiere con la sapienza del maniscalco, G. Tutto riparava, anche se diffidava dalle automobili moderne, quelle, per capirci, che hanno troppi fili quando sollevi un cofano o scardini una portiera.

Se ne vanno e noi non possiamo fare altro che vederli andare via…” Ma non sono passati invano.

Oggi anche G. appartiene al passato. Quella dimensione del tempo dalla quale in molti rifuggono, mentre io provo a usarla per imparare qualcosa.

 

 

 

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